All’armi! Siam stilisti!

Postfazione all’opera di Guido Bellonci
di Alessio Mosca

Quando mi è stato chiesto di scrivere la postfazione a questa seconda edizione di Fascio-pride, mi sono rifiutato. Che cosa aggiungere a un’opera che solamente un mese prima avevo recensito – e si tenga presente che ho sempre considerato il Bellonci il più grande romanziere vivente – definendolo ridicolo romanzetto complottista di una vecchia gloria ormai aterosclerotica?
Sicuramente non avevo ancora letto le carte trafugate dalla moglie del Bellonci nella loro villa estiva a Sabaudia ribattezzate dalle cronache lo Zibaldone sabaudo (di cui ne sono riportati degli stralci nell’appendice a seguire) e l’Epistolario sabaudo. Ciò in apparenza potrebbe sembrare un unicum nella storia della letteratura, ovvero che una serie di documenti storico-politici conferiscano valore letterario a un’opera di narrativa, ma non sorprenderebbe se si ipotizzasse che Gomorra, ad esempio, non fosse basato su dati reali ma che la malavita stessa fosse ivi frutto della fantasia dell’autore: con molta probabilità il romanzo di Saviano sarebbe valutato come un’opera di finzione mediocre, né particolarmente originale né avvincente. Potrebbe essermi obiettato che il potenziale valore dell’incompiuto Petrolio di Pasolini non sarebbe variato significativamente se fossero emerse delle prove che avessero dimostrato la reale responsabilità di Eugenio Cefis nell’omicidio di Enrico Mattei, ma è evidente come le tesi avanzate nel romanzo che avete appena letto siano a dir poco sorprendenti e tanto sconcertanti da essere quasi inverosimili. In questo sì, Fascio-Pride è un caso eccezionale.
Ed è proprio per celare queste verità che il Bellonci è scomparso pochi giorni dopo la pubblicazione del romanzo insieme alla maggior parte dei manoscritti, per poi essere ritrovato nei fondali del Lago della Duchessa con una pietra legata al collo. Oggi cosa avesse voluto celare è risaputo.
Fra le carte, oltre al dattiloscritto del romanzo, l’intensa corrispondenza con l’amico-professore Pomello (trovato impiccato un mese prima della scomparsa di Bellonci nel suo appartamento di via Fani 22 a Roma) che costituisce il corpus dell’Epistolario sabaudo, in cui è ormai celebre la lettera del 16 dicembre, ribattezzata “l’io so pomelliano”, che ricalca Pasolini e si conclude con il monito “mi faranno fare la fine di Pecorelli”1.
Stando alla corrispondenza, sarebbe dovuta avvenire a gennaio 2016 l’auto-pubblicazione del saggio di Pomello Revisionismo. Contro la macchina del fango del dopoguerra. Studio critico sull’organizzazione Testosterone dal ‘45 all’89, testo che avrebbe fornito l’impianto teorico al romanzo, che a questo punto definirei romanzo-denuncia.
Purtroppo del saggio non è rimasta traccia, se non qualche breve stralcio citato o estrapolato dallo Zibaldone e dalla Corrispondenza. Ciò che si può affermare con certezza è che senza Pomello non avremmo potuto leggere quest’opera: ben poco, da quello che si è riuscito a ricostruire, è frutto della fantasia di Bellonci, che semmai ha il merito di aver drammatizzato, forse con eccessivo zelo, le scoperte di Pomello.
Non si sa se effettivamente il professore avesse le prove di un coinvolgimento del KGB nella creazione dell’organo di propaganda segreto filocomunista o se quest’informazione fosse un’invenzione letteraria. Si sa invece cosa sostenesse il professore: la Testosterone fu costituita dal Governo di Unità Nazionale sfruttando inizialmente la rete logistica e i componenti dei gruppi partigiani omofobi. Questa organizzazione avrebbe iniziato a operare indisturbata, continuando la sua attività durante tutta la Prima Repubblica come ramo speciale e indipendente del ministero degli interni. Ad essa si affiliarono storici, accademici, editori, intellettuali e funzionari ed ebbe un ruolo di primaria importanza anche durante la Guerra Fredda, opponendosi all’organizzazione filoamericana Gladio.
Fa sorridere l’accostamento tra il vecchio topo di biblioteca Pomello e l’affascinante e atletico giornalista Mike Duran, ma è proprio nello Zibaldone sabaudo che il Bellonci confessa come l’amico professore sia stata la figura ispiratrice nella creazione del protagonista del romanzo.
L’appiattimento della personalità del personaggio, che a volte risulta bidimensionale e stereotipato, è un evidente omaggio a tutta la letteratura spy-thriller di cui il Bellonci era un esperto2. Notevole risulta l’influenza di scrittori del calibro di Ian Fleming, Nick Carter e Gérard de Villiers e a un lettore attento non saranno sfuggite le numerosi citazioni da Jean Bruce. Anche la struttura narrativa, in apparenza nelle entro i limiti delle regole della letteratura di genere, si sveste di questa etichetta e si rivela, grazie ai nuovi documenti, nella sua reale essenza di inchiesta e denuncia.
Continuando nel lavoro di discernimento tra realtà storica e romanzesca, è lampante che il professore non abbia seguito una pista cosparsa di indizi esoterico-iniziatici, come accaduto a Mike Duran, ma si sia dedicato al meno avventuroso studio in archivi maleodoranti e biblioteche polverose, alla ricerca di documenti segreti e dimenticati col fine di dimostrare in che modo la Testosterone abbia contraffatto fonti storiche, dati e testimonianze, per oscurare la vera natura e i veri intenti del regime. A questo proposito è notevole l’influenza di Dan Brown sul Bellonci, considerato da lui un maestro (si dice che lo scrittore usasse dormire con una copia de Il codice da Vinci sotto al cuscino).
Stando alle parole della moglie (costretta a vivere sotto scorta), grande importanza nella genesi del romanzo rivestirono le “proiezioni del mercoledì” – come lo scrittore era solito chiamarle – a casa di Pomello; episodi che, come è immaginabile, hanno ispirato direttamente la scoperta di Mike Duran dei filmati trafugati dalla tomba di Berlinguer. Verrebbe naturale pensare che da qui in poi – ossia dalla scoperta del modo in cui la Testosterone aveva distrutto tutti i frammenti di pellicola compromettenti (compresi quelli con Mussolini3) e sostituiti con filmati girati in studio, creando così i filmati dell’Istituto Luce – abbia lavorato la fantasia del Bellonci, ma il dubbio che non sia solo frutto di fantasia sorge dopo la lettura di una pagina dello Zibaldone sabaudo: Proiezione del mercoledì sconvolgente. Visto frammento del vero discorso di Mussolini del 10 giugno 1940. Affacciato dal balcone di Piazza Venezia ha urlato: “Italiani! È ora di cambiare look all’Italia!”.
Confrontandolo con il dialogo diegetico fra Mike Duran e Laura nel decimo capitolo notiamo le analogie:
«Che intendi dire Mike? Che la marcia su Roma del 22 ottobre fu in realtà una gioiosa festa organizzata per l’instaurazione al potere del Partito?»
«No, Laura» disse il giornalista con il suo accento inglese «non dico che fu una marcia, ma una sfilata improntata sull’amore libero e sulla parità dei diritti. È tutto scritto nero su bianco, le Camicie Rosa sfilavano in carri carnevaleschi al motto di “È ora di cambiare look all’Italia!”»
«Mi stai dicendo che il primo gay-pride si è tenuto nel 1922? A Roma?» gli chiese stupita.
«Vedo che ci intendiamo, baby.»
Medesimo discorso può essere fatto per quanto riguarda le camicie rosa shocking. Dagli appunti di Bellonci pare che tutto il terzo volume del saggio di Pomello trattasse solo degli enormi progressi avvenuti durante il ventennio, un periodo di grande fervore culturale in ogni campo del sapere ma soprattutto nella moda e nel costume. Pare anche che il professore ipotizzasse, senza però averne prove certe, una intensa collaborazione fra il regime ed Elsa Schiaparelli, tanto da sostenere che fosse stata ella stessa a disegnare le divise per il regime e che Giuseppe Bottai avesse avuto l’idea di adottare il profumo Shocking de Schiaparelli quale fragranza ufficiale del partito [cfr Appendice, appunto 1, ndr].
Come descritto nel romanzo e sostenuto dal professore, sappiamo che l’enorme senso estetico del regime fu tale da poter spiegare il vero motivo della adesione alle leggi razziali, il che permette di parlare di una dittatura illuminata in cui la bellezza era il valore fondate di ogni azione. I fascisti non sopportavano la moda antiquata della comunità ebraica, il rifiuto degli ebrei di adottare le Kippah in chiffon a pois, imposte per legge nel ‘37, fu la goccia che fece traboccare il vaso portando il Duce a firmare l’accordo delle leggi razziali per “estirpare quella razza senza gusto”. In una pagina dello Zibaldone, Bellonci sostiene addirittura di averne vista una che il professore avrebbe tenuto nascosto in cassaforte. Naturalmente di queste fantomatiche Kippah non è rimasta traccia nell’appartamento ripulito di via Fani 22.
Ma forse più sorprendente sono i riferimenti ad alcuni documenti che Pomello avrebbe trovato (e che Duran trova nella cassaforte di un generale dei Carabinieri assassinato), i quali proverebbero che l’invasione della Libia non fosse motivata da mire espansionistiche ma dall’enorme attrazione dei fascisti per gli uomini di colore (già allora notoriamente superdotati) e per civilizzare le popolazioni berbere che non conoscevano la vodka alla fragola e lo scrub al viso.
Non sono stati menzionati nel romanzo, invece, i provvedimenti sanitari su scala nazionale, fra i quali è giusto ricordare l’attuazione di un programma di cura della stitichezza attraverso la prescrizione di olio di ricino. Probabilmente la sensibilità artistica dello scrittore gli ha suggerito di tralasciare il passaggio, per evitare di spezzare il ritmo del racconto con dettagli poco avvincenti sulla sanità.
Rispetto al manoscritto invece non notiamo alcuna differenza, fatta eccezione per il capitolo 13, poi del tutto eliminato in questa versione definitiva, nel quale Duran scopre la reale intesa sui Patti Lateranensi: il Concordato fu concesso in cambio dell’approvazione da parte della Chiesa dei matrimoni omosessuali e dell’adozione di bambini da parte delle coppie dello stesso sesso.
La decisione del Bellonci di eliminare questo capitolo, probabilmente a seguito di pressioni da parte del Vaticano come riferito dalla moglie, non fa altro che dare credito alla ricostruzione di Pomello4 e avvalorare il sospetto che il suo suicidio sia stato inscenato dalla stessa mano macchiatasi poi del sangue di Bellonci.
Vorrei chiudere il mio piccolo contributo a questo capolavoro riportando le ultime righe di una commovente lettera inviata dallo scrittore al Corriere della sera per denunciare l’omicidio-suicidio di Pomello. La lettera, non pubblicata a suo tempo, è uscita integralmente dopo lo scandalo delle carte di Sabaudia.
Sogno che la festa del 25 aprile venga cancellata e che si ristabilisca la vera memoria di quella serie di eventi nefandi che fu la Resistenza, delle operazioni di guerriglia militare mosse da sentimenti razzisti e discriminanti. Mi auguro che al suo posto si istituisca la “Giornata della gaia memoria” per non dimenticare le violenze e i soprusi operati dai partigiani. Per non dimenticare gli eroi, come Giorgio Pomello. Amico mio, camerata, presto ti raggiungerò ma giuro che spenderò tutte le energie del resto della mia vita affinché la verità venga a galla.

All’armi! Siam stilisti!

 

Appendice.

Frammenti dallo Zibaldone sabaudo.

Appunto 1.

[A proposito delle Camicie Rosa, ndr]

La Testosterone, con un semplice cambio di colore, ha fatto sì che si modificasse notevolmente la percezione nell’immaginario comune della storia del nostro paese. In seguito a una fine operazione propagandistica, l’organo di epurazione ha sostituito le divise fasciste originali con quei contraffatti che noi abbiamo considerato fino a poco fa attendibili e che sono stati esposti nei musei e riprodotti nei testi di storia.

[riferito al profumo Shocking de Schiaparelli, ndr]

[…] come testimoniato dalle parole del Bottai stesso in Revisionismo. Contro la macchina del fango del dopoguerra. Studio critico sull’organizzazione Testosterone dal ‘45 all’89, vol. VII, pag. 2,“le feconde e melliflue esalazioni della fragranza stordiranno ed ecciteranno il nemico sul campo di battaglia, chissà poi che da nemici non si diventi qualcosa di più”.

[…] interessante il rigido protocollo sull’utilizzazione del profumo, da una sola spruzzata sul collo per i semplici squadristi a cinque spruzzate su polsi, collo e indumenti per i gerarchi. I militari non avevano i gradi cuciti sulle divise ma si riconoscevano odorandosi.

Sappiamo che il Bellonci era intento a ricercare a Cinecittà le scenografie destinate alla grande distribuzione, come quelle de La marcia su Roma di Dino Risi, Il delitto Matteotti di Florestano Vancini, ecc. Per approfondimenti vedi pag. 322 del vol. II.

Putin e la Russia di oggi. Il KGB, la Testosterone. il cerchio si chiude.

«Gender»: neologismo coniato dal D’Annunzio: gens-d’Eros, ovvero gente dell’amore. Termine debellato e oscurato da Luigi Einaudi quando fu presidente dell’Istituto Treccani nel ‘47. Cfr. rapporti fra Einaudi e Andreotti durante la presidenza della repubblica.

Resa del Duce a Salò dopo il sequestro, da parte dei partigiani, del suo amatissimo chiwawa Ercole (epiteto scelto dal D’Annunzio che gli regalò il cucciolo per farsi perdonare una scappatella con Marinetti).

Appunto 2.

Diari ed epistolari del duce e dei suoi innumerevoli amanti e suoi familiari.

Da Revisionismo. Contro la macchina del fango del dopoguerra. Studio critico sull’organizzazione Testosterone dal ‘45 all’89.

Vol. IV, pag. 12

Dal diario originale non censurato di Rosa Maltoni, datato 24 luglio 1890, spicca l’indole del piccolo Benito di soli sette anni:

“Sono un po’ preoccupata per mio figlio Benito, in parte per l’ossessione che nutre per la storia romana e in parte per il suo gusto nel vestire. Oggi l’ho sorpreso davanti allo specchio con una mia tunica mentre giocava a impersonare Cleopatra. Ha imposto ai suoi fratelli Arnaldo ed Edvige di impersonare Giulio Cesare e Antonio vantandosi di come i due lo contendessero”.

Vol. VIII, pagg. 356-57

Dall’originale diario di Galeazzo Ciano [l’amante di Mussolini e non il genero, ndr.], dell’aprile 1940: “Oggi incontro diplomatico con Rommel per definire i dettagli sulla campagna d’Africa. Il generale mi ha gentilmente offerto una sigaretta tedesca. Tornati a casa, Benito mi ha fatto una scenata di gelosia senza precedenti accusandomi di aver rivolto gli occhi dolci all’ufficiale. Mi sono giustificato dicendo di essere stato semplicemente cortese per favorire i rapporti fra i nostri due paesi, ma è stato inutile, mi ha risposto volgarmente dicendo che per favorire il rapporto con il Terzo Reich tanto valeva fare un pompino a Hitler. Sbattendo la porta è scappato via. La sua gelosia è soffocante, spero non mi tenga il broncio per un mese intero. Bene invece l’accordo sulla Libia, Rommel è un vero gentiluomo. È molto alto”.

Vol. IX, pag. 54

Dalla corrispondenza fra Italo Balbo [altro amante del duce, ndr.] e Giovanni Gentile del 1938: “Ieri il mio amato duce aveva un incontro con il Furher per prendere accordi sull’adesione alle leggi razziali, mezz’ora prima dell’incontro si è spezzato un’unghia e ha avuto una crisi isterica. Si è rifiutato di vedere Hitler perché si sentiva grasso. I miei tentativi di convincerlo del contrario sono stati inutili”.

Vol. XVII, pag. 825

Fonti tedesche, frammento del taccuino di Goebbels:“Sempre più vicini allo stringimento del Patto d’Acciaio. Mussolini firmerà a condizione che dalle uniformi delle SS vengano rimosse le medaglie con le croci teutoniche perché, parole sue, «sono così kitsch da farli sembrare pellegrini che vanno a pregare alla Madonna di Loreto». L’ossessione di quell’uomo per la moda è pari solo alla sua vanità. Ho avuto l’impressione che flirtasse con me”.

Appunto 3.

Da Revisionismo. Contro la macchina del fango del dopoguerra. Studio critico sull’organizzazione Testosterone dal ‘45 all’89, appendice XII.

Confronto fra slogan giunti a noi modificati dalla Testosterone e slogan originali. Evidenza della strategia comunicativa e mitopoietica operata dalla stessa dove gli elementi propri del fascismo invece di essere cancellati sono stati per lo più reinterpretati e adattati a sostegno della menzogna storica.

[di seguito, in corsivo, gli slogan come sono pervenuti a noi e gli originali, ndr.]:

Dio. Patria. Famiglia
Dio. Patria. Fermagli
Andremo contro chiunque, di qualunque colore, tentasse di traversarci la strada
Andremo con chiunque, di qualunque colore, anche col primo che ci traversasse la strada.
A tutto il popolo italiano una casa.
A tutto il popolo italiano una cosa!
A chi l'Abissinia? A noi.
A chi gli Abissini? A noi.
Adoriamo il lavoro che dà la bellezza e l’armonia alla vita
Adoriamo gli strass che danno bellezza e armonia alla vita.
Bisogna essere forti, bisogna essere sempre più forti.
Bisogna essere duri, bisogna essere sempre più duri.
Chi non è con noi è contro di noi.
Chi non è con noi è dentro di noi.
Chi osa vince.
Chi osa gode.
Slogan dal significato ambiguo rimasti del tutto invariati:
Bisogna soprattutto osare.
Boia chi molla.
A noi!
Attraverso il fascismo apriamo il varco.
Chi si ferma è perduto.
Durare sino alla vittoria, durare oltre la vittoria, per l'avvenire e la potenza della nazione.
Dux nobis. (Duce a noi).

[1] In una lettera Pomello riferisce di avere le prove che Milo Pecorelli volesse rivelare su OP l’esistenza della Testosterone.

[2] Ricordiamo i numerosi saggi di Bellonci sulla letteratura spy-thriller, in particolare Segretissimo, cinquant’anni di capolavori, Mondadori 2010.

[3] Nella corrispondenza Pomello fa riferimento a una lettera inviata all’Academy per nominare postumo Jackie Coogan (probabile affiliato alla Testosterone ma già noto per il ruolo di zio Fester nella serie Tv La famiglia Addams 1965-1986) al premio oscar come migliore attore protagonista per l’interpretazione del ruolo di Benito Mussolini in tutti i filmati dell’Istituto Luce.

[4] Pare che Pomello avesse le prove di un coinvolgimento della Testosterone nel caso Estermann.

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