Azione contro Parole

di Carolina Crespi

Non ce lo siamo mai detti, ma so che a Michele dà fastidio che io stia sempre a casa. Il fatto che vada al supermercato la mattina, il fatto che mi affacci al nostro balcone a mezzogiorno: sono cose che lo infastidiscono. Oggi è tornato prima del solito; mi ha trovata appoggiata al cancello del parco giochi per cani. Ha dato un colpo di clacson e ha accelerato, per poi inchiodare e parcheggiare sulla sinistra, a pochi metri da dove ero io. È sceso dall'auto senza giacca e mi ha detto «ehi». Gli sono andata incontro sorridendo, con le guance che mi si gonfiavano passo dopo passo, per le cose che avevo da dirgli. I gossip, intendo. Quelli che avevo immagazzinato tra il supermercato, il balcone e il parco giochi per cani.
«Ho mal di testa da stamattina» ha detto, contemporaneamente mi ha preso la mano. Azione contro parole numero uno, ho pensato. Gli ho raccontato che Doris ne aveva ancora per poco. Ero stata da lei fino a un’ora prima: era distesa a letto, gonfia da tutte le parti, fasciata di lenzuola che non si capiva da che lato avesse la faccia. Per evitare il giro lungo, Michele ha imboccato la stradina con il cancelletto che si apre senza chiavi.
«Di fatto» ho continuato «non mi sono avvicinata troppo al suo letto: avevo paura di non riconoscerla e non mi andava di mettere a disagio Saul. Sapevo che se avessi insistito, cercando la mia Doris in quel mucchio di cotone, Saul sarebbe rimasto lì a fissarmi, in attesa di un mio commento.»
Michele ha dato una spallata alla porta del nostro palazzo. Il vetro ha tremato come se al suo posto ci fossero cento piccoli ninnoli di Murano. Ho smesso di parlare. La serratura è scattata e la porta si è aperta.
«L’hai rotta» ho detto «hai rotto la porta d’ingresso.»
Michele mi ha guardata con i suoi occhi tondi, cerchiati di nero e ripieni di nocciole.
«Sono stanco» ha detto «e sono pieno di cose da fare.»
Azione contro parole numero due. Sono entrata, ho guardato prima la porta serrata dell’ascensore e poi subito Michele: fissava i bottoncini di gomma dei piani colorarsi di arancio e poi spegnersi. Negli occhi stavolta non c’erano nocciole, c’era la terra battuta dei porcili.
Mentre rispondeva alle email ho preparato un affogato al caffè più topping al cioccolato. Ho portato in sala prima una ciotolina e poi l’altra.
«Mangiamo?»
Michele ha sollevato una mano, le dita sono rimaste sospese a pochi millimetri dai tasti. Ho smesso di respirare. Poi sono cadute di nuovo e hanno ricominciato a ticchettare. La televisione era accesa a basso volume; sul tavolino c’era un disco ancora incelofanato e una scatola di tic-tac.
«Me l’hanno regalato i Cyclone. Lo vuoi?» mi ha detto, senza levare gli occhi dallo schermo. Sul disco era raffigurata Pompei, con il Vesuvio a gambe larghe che la covava come una chioccia.
«È ancora buono?» ha aggiunto subito dopo, e credo si riferisse al topping. Ha appoggiato il computer sul tavolino e si è sistemato sulle cosce quel cuscino dell’Ikea con il ripiano di plastica da un lato. Siamo rimasti in silenzio; in televisione è passata tre volte la pubblicità di un integratore di sali minerali.
«Forse dovresti prendere uno di questi Multicentrum.»
Aveva il naso a un centimetro dal gelato e la bocca fine che a tratti spariva sotto il cucchiaio.
«Queste cose da festa, gli affogati, le fragole con la panna... Sono cose che faccio solo quando ci sei tu.»
Ho sorriso tenendo gli occhi sul gelato.
In televisione è passata di nuovo la pubblicità del Multicentrum.
«Domani compro un integratore. Farebbe bene anche a te.»
Ho cambiato canale. C’era un vecchio film a colori. Il verde finiva nel grigio, il beige nell’arancio e anche gli attori si confondevano con lo sfondo. Ho afferrato il telecomando, e premuto il tasto info.
«Chiedine uno anche per me. Chiedi qualcosa per chi è sempre stanco di sera.»
Ho annuito con poca convinzione: in tele non c’erano indicazioni. Era quel tipo di film scoloriti ma famosi di cui nessuno si cura, nemmeno il tasto info. Poi finalmente la porta si è aperta ed è comparso il faccino sveglio di Natalie Wood.

In Canada c'è una città che si chiama Winnipeg. Qualcuno dice che sia la metropoli più fredda del mondo, con più di seicentomila abitanti. Si trova in Manitoba, una provincia verticale, tagliata a riga e squadra come uno stato africano, ma nel bosco e nella neve. Il Manitoba, a nord, confina con il Nunavut, uno stato vasto, pieno di miniere e scevro di partiti. Sia il Manitoba che il Nunavut si affacciano a est sulla Baia di Hudson che deve il suo nome all'esploratore britannico Henry Hudson.
Nel 1610, Hudson intraprese il suo ultimo viaggio alla ricerca del presunto passaggio a nord ovest. A bordo del Discovery, un veliero ottenuto grazie ai finanziamenti della Compagnia Britannica delle Indie Orientali, Hudson raggiunse l’estremità meridionale della Groenlandia. La doppiò, e puntò dritto verso ovest, navigando attraverso lo stretto che oggi prende il suo nome, oltre la punta settentrionale della Penisola del Labrador. Da lì, la Baia deve essergli apparsa in tutta la sua vastità: un po’ come quando uno entra in bagno, tira tutta la tenda della doccia da una parte e la vasca gli si rivela lunga e bianca. Della Baia, Hudson cominciò a esplorare i confini di ceramica. Una volta raggiunta la parte orientale però, il Discovery rimase intrappolato nei ghiacci e l’equipaggio fu costretto a scendere a terra a svernare. Venne la primavera e il ghiaccio si sciolse. Hudson insistette per continuare le esplorazioni ma l’equipaggio voleva tornare a casa. Così, lui e suo figlio furono abbandonati alla deriva su una barca. Di loro, come di un mucchio di altri esploratori cocciuti, si perse ogni traccia.

A casa di Blanca, le valigie sono pronte. Si ammassano nell’angolo dove prima c’erano i cartoni che Blanca ha bucato da una parte e dall’altra, ma ad altezze diverse, per far giocare i gatti. Sua madre li ha nascosti in cucina, dietro la tenda delle scope. Mi siedo sul divano, anche Blanca si siede ma è tesa: resta sul limitare del cuscino con gli avambracci rigidi e i palmi che sfiorano le ginocchia.
All’improvviso si alza, si infila la giacca nuova, la giacca del grande nord. Io rido. Sono le tre del pomeriggio, in tele danno Thelma&Louise e a momenti ci sarà quella scena in cui Brad Pitt punta il phon verso il pubblico, come un cowboy del postmoderno, un cowboy adolescente e da camera. Penso sia una cosa bella, che ci siamo io che resto e Blanca che parte e Thelma&Louise in tele e nessun altro.
«Non so cosa fare adesso che te ne vai» dico, anche se in realtà so bene che troverò qualcosa da fare, o qualcuno da andare a trovare.
«Nemmeno io» dice Blanca «dopo che avrò sistemato le cose pratiche, non saprò cosa fare senza di te.»
Penso a mia sorella e poi subito a mia nonna. Sono settimane che mi sono promessa di passare da lei. Devo chiederle in prestito quella parrucca che aveva comprato prima di iniziare la chemio e che, siccome era inverno, ha subito sostituito con una cuffia di pelo. Serve a un mio amico per uno spettacolo di teatro.
Aspettiamo che Brad Pitt ci punti il suo phon addosso, mentre i gatti girano intorno alle valigie; la schiena del più piccolo aderisce per intero al bordo di plastica, si allunga, si appiattisce; intanto l’altro gatto lo scavalca, si issa su due zampe.
«Hai già idea di quanto costino i mezzi su al nord?»
Il gatto grande ora è in equilibrio sulle zampe posteriori, si affaccia oltre la maniglia: dall’altra parte c’è un’altra valigia. Blanca mi fa segno di no.
«Sarà come stare in provincia. Io pago novantacinque al mese. Ferrovie più metro.»
Il gatto grande si gira a guardarci: c’è qualcosa che non gli torna, delle scatole di cartone è rimasto soltanto l’odore.
Blanca annuisce, leva il cellulare da sotto il sedere, piega le ginocchia, si appoggia su un fianco, la testa sorretta dal palmo di una mano. Io la guardo e penso che assomiglia a qualcuno, ma solo certe volte, quando fa certi movimenti, come adesso che gli avambracci si sono rilassati: assomiglia a un animale che ogni giorno prende confidenza con le cose che gli stanno attorno e che durante la notte – durante ogni notte – se ne dimentica.

Io e Michele cuciniamo con le magliette estive, abbiamo tagliato le maniche, i fili di cotone calano sul sugo e sulle acciughe. Dallo stereo in sala, la voce di Robert Smith rimbalza sulle pareti, arriva fino in cucina e ci fa muovere la testa. Io sposto la padella dal fornello grande a quello piccolo. Michele riempie la pentola con l’acqua per la pasta. Ha speso cinquanta euro per levare le gomme da neve e mi chiede se è tanto o poco. Gli dico che è come l’anno scorso.
«Vuoi che abbassi il volume?»
Michele si leva la maglietta, va a farsi una doccia. Io resto, prendo un foglio di carta, lo taglio in due, scrivo la lista delle cose da fare, poi subito le scadenze, in cima metto mia nonna da andare a trovare, mio padre da andare a trovare, la consegna di un articolo sull’adattamento specifico di certi fiori per certe api: metto un grosso punto interrogativo cerchiato accanto a “api”. La cosa mi interessa, e parecchio; spazzolare le api una a una, levare loro il polline dalle zampe, spiaccicarlo sul vetrino, osservarlo ingrandito, costruire un’intera mappa delle impollinazioni... Peccato che le api abbiano poco a che fare con gli argomenti che sono solita trattare e non è detto che quella ricerca mi porti da qualche parte: posso provarci, partire e distrarmi, come faccio sempre. Provarci, partire, distrarmi, tornare con nulla di fatto.
Studio le migrazioni degli animali del nord, le antilocapre, gli orsi polari. Un dottorato di ricerca da mille euro e rotti al mese. Da quando ho vinto la borsa però non ho scritto una parola. Eppure c’è qualcosa che mi trattiene e non mi permette di cambiare idea. Le migrazioni sono un viaggio collettivo che ripaga a lungo termine. Nulla, per un animale in migrazione, conta più dell’arrivare, non c’è distrazione che tenga quando lo scopo è più grande. Io no. Io mi distraggo, io mi affaccio al balcone. Vago, di argomento in argomento, alla ricerca di qualcosa che mi interessi di più e quando lo trovo, eccolo là, sulla cima della montagna, si vede e non si vede così com'è, nascosto dalle nubi; io sto sotto, immobile, a guardare nella sua direzione, e a pensare quanto sia bello e inarrivabile.
Una volta che eravamo in vacanza da suo padre, Blanca ha guidato da Torre Annunziata in salita fino a che si poteva, poi ha parcheggiato. Siamo scese dall’auto e abbiamo continuato a piedi. Non faceva molto caldo ma io avevo poche ore di sonno alle spalle e le gambe hanno cominciato a tremarmi non appena le suole hanno toccato terra. Ci siamo fermate, sedute su una rientranza di terra, al di qua di una cancellata arrangiata con travi di legno, chiodi e una rete di plastica. Avevamo portato l’erba. Blanca mi ha detto che nessuno fa storie, a nessuno interessa cosa succede al di qua della cancellata. Siamo state zitte per qualche minuto. Credo per almeno dieci. Ho fatto in tempo a immaginare il Canada che è un pensiero ricorrente quando mi rilasso. Ricordo che avevo la mente completamente invasa dal Canada: erano immagini stilizzate, spazi figurati piatti e lenti, distesi come tovaglie sul palmo della mia mano, la riga della vita come il filo teso di un tram. Ho preso a sillabare i caratteri degli animali in migrazione, un carattere un dito, come in un rosario zoologico: animali perseveranti, animali lineari, animali non distraibili, animali cocciuti nel comportarsi diversamente in partenza e all’arrivo, animali ripieni di energia stoccata ad hoc. Mi sono alzata in piedi, ho strofinato il palmo, il Canada e tutti quei pensieri sulla coscia. L’anello mi si è impigliato nel vestito, ho tirato un filo fuori dalla trama. Blanca ha sfiorato il mio ginocchio con la punta dell’anulare.
«Un giorno» ha detto quando mi sono girata a guardarla «un giorno dovremmo fare un piccolo sforzo, e andarcene fino a Pompei.»

Doris è morta. Dico a Michele che non me la sento di chiamare Saul, e che preferirei abbracciarlo. Michele mi dice di fare come voglio. Vado a casa di Saul; c’è un mucchio di gente che non conosco e un mucchio di gente che conosco benissimo. Saul viene verso di me: è sbarbato, ha le sopracciglia scure e folte degli attori che interpretano Cristo, e gli occhi blu.
«Blu come folli folletti nella fosca notte» gli dico mentre lui sorride e le sue braccia si allargano, mi accolgono nel suo costato velato da una maglia scura, né estiva né invernale.
«La Tempesta» mi dice e la sua fronte preme tra la mia clavicola e il collo.
«Sì, Saul» deglutisco «poi passa, come la tosse.»

Doris è mia sorella, abbiamo cinque anni di differenza, ma sono sempre sembrati il doppio, perché ho il vizio di credere gli altri molto più grandi o più piccoli di me. Saul la chiama la malattia della distanza, mio padre la strategia paracula di chi mette le mani avanti e si giustifica con niente. Da Torino, ci ha raggiunti a Milano per rosario e funerale. Lo vedo comparire in cima alle scale, abbraccia Saul e chiude gli occhi; nell’abbraccio di mio padre c’è scritto io lo so cosa vuol dire perdere una moglie. In quello di Saul non c’è scritto niente.
Mi siedo in un angolo del divano, mangio un piccolo croissant, lo tengo nascosto in un pugno nel caso qualcuno abbia da dire sul mio stomaco che non si chiude. C’è lo scacciapensieri che Doris ha regalato a Saul appoggiato nella conca formata da alcune riviste che hanno preso umidità. Allungo il braccio per toccarlo, come si fa con le reliquie. Doris mi aveva fatto credere che fosse quello di Neil Young e da allora, ogni volta che qualcuno suona uno scacciapensieri, si guadagna in automatico la mia attenzione.
Papà mi raggiunge, mi saluta, mi sfiora una spalla, si porta le mani alla bocca e piange. Io non so cosa vuol dire perdere un figlia, non so come consolarlo. Andiamo fuori. In cortile ci sono i bambini di qualcuno, sono stati istruiti: nessun gioco rumoroso, oppure, solo giochi senza voce; si parlano uno nell’orecchio dell’altro mentre mio padre non riesce a trattenere i singhiozzi, dice Monica, e piange. Io stringo le labbra come ho visto fare al cinema. Tendo le guance, spalanco gli occhi, aggrotto la fonte, faccio segno di no. Lo sapevamo, era inevitabile, si legge. Si legge il mio paternalismo. Mio padre annuisce poi si siede sulla panchina, il cuscino piatto è pieno di peli di gatto.
«Riparto domenica.»
«Hai portato un ricambio?»
Il cancello all’entrata si apre e si chiude, Michele viene verso di noi.

Bakisa se ne sta tutto il tempo seduto sulla panchina gialla del parco di Monluè. Ha gli auricolari nelle orecchie, guarda un pioppo che così, da solo, non ha nemmeno un decimo dell'eleganza che avrebbe se facesse parte di un filare. Michele dice che devono fare qualcosa e al più presto: Bakisa dorme fino a tardi, chiede di restare nelle stanze anche quando il regolamento non lo permette. Ogni tanto lui e gli altri fanno finta di niente, ma più spesso lo obbligano a uscire, gli trovano delle piccole mansioni da svolgere. Bakisa esce, fa la prima della lista, poi rientra. Dice che non si sente bene e che ha bisogno di curarsi. Ha il viso tirato e in estasi dei personaggi di Caligari, non parla, quando chiede un’informazione lo fa con le mani distese lungo i fianchi e i palmi in dentro. Come un attore di teatro, resta fermo: è un tossico di Caligari muto, il temperamento calmo, anche la voce, se la usasse, sarebbe calma. Viene da un posto piccolo che sulla carta dell'Etiopia non è nemmeno segnato. Che cosa facesse prima di arrivare a Milano non si sa. Michele gli chiede se aveva le bestie, se le governava. Quante bestie, dice. Tre bestie o trenta bestie? Bakisa flette il collo a destra, con il dito indica un punto preciso sul collo, nel punto dove la pelle si irrigidisce e scavalla le vertebre. Lì ci sono tre righe verticali, tre fossi verticali; lì ci sono i tre mesi che ha passato seduto in una gabbia. Secondo il medico legale quelle strisce sono un segno inconfondibile.
Bakisa guarda il cartellone bianco dei turni alle spalle di Michele, leva dalla tasca gli auricolari, scioglie il filo annodato sui suoi palmi chiari, lo fa in così poco tempo che Michele non saprebbe fare altrettanto. Bakisa scuote la testa, dice che non va bene. Michele vede che il filo di uno dei due auricolari è danneggiato, si vede il cavo arancio sotto il rivestimento scuro. Allunga le mani e afferra il filo. Bakisa si lecca le labbra.
«Non si sente?»
Bakisa scuote la testa: non si sente da una parte.
«Vado a vedere se te ne trovo altre.»
In corridoio, diretto verso l’ufficio delle accoglienze, Michele incrocia Magda. Magda è preoccupata per Bakisa, le sembra che i colloqui non servano a niente. Sta perdendo la fiducia, forse è lei a non essere in grado, oppure sta sbagliando metodo, ma allora ha bisogno di qualcuno con cui confrontarsi. Continuare a cambiargli stanza non serve a niente. Forse bisognerebbe davvero fare come dice lui, le poche volte che parla: lasciare che un miracolo lo guarisca.

Quando Michele torna in ufficio sono passati almeno venti minuti. Bakisa è nella stessa posizione in cui l’ha lasciato: dorme, in piedi, col collo diritto e le braccia lungo i fianchi. Michele lo sfiora con le mani pronte ad afferrarlo in caso il ragazzo sussulti e perda l’equilibrio. Ma Bakisa apre gli occhi, lentamente. Michele gli tende un paio di auricolari nuovi.
«Vedi se funzionano» dice, mentre aspetta che una luce attraversi la sua sclera bianca, e una smorfia di entusiasmo ne deformi il volto. Bakisa le afferra, se le infila in tasca, esce dalla stanza, fa qualche passo, poi si gira verso Michele e allunga il braccio sinistro, indicando le stanze.
Michele chiude gli occhi, no, pensa, la stanza no, è pieno giorno, e la sua fronte è scossa da un impercettibile tremolio.
«Prima di andare a dormire» aggiunge «vedi se funzionano.»
Azione contro parole numero tre.

Partiamo. Io, Michele, un piccolo container di api spillate chiuso nella stiva. Andiamo a Barcellona. Pagano l’università di Pamplona e Barcellona; Milano manda il personale. Michele si è pagato il volo da solo. Viene per fare un favore a me e non fa niente per nasconderlo. Anche Bakisa è partito e Michele è preoccupato: dice che se si viene a sapere che gli hanno comprato il volo per l’Etiopia si crea un precedente e va a finire che anche gli altri vogliono gli aerei per fare i comodi loro.
«E poi» dice «ho paura che non torni più.»
Non ha funzionato niente e lui e Magda hanno acconsentito all’unica richiesta di Bakisa. Sul modulo da inviare al comune hanno scritto cure termali. A Gondar, dove Bakisa è diretto per la festa del Timkat, a metà gennaio una vasca si riempie d’acqua per celebrare di nuovo e ogni volta il Battesimo del Giordano. Le acque sono sacre, i fedeli mondati da ogni male, una grande Lourdes nella pancia dell’Etiopia lo attende e di sicuro lo guarirà da uno stato depressivo che l’ha acchiappato in Libia e che Milano non ha fatto altro che cullare, alleviandolo solo con un posto letto, un abbonamento ATM gratuito e la buona volontà di chi gli siede accanto a tavola. Se Gondar non funziona, ha detto Magda, proveremo di nuovo a cambiargli stanza. Azione contro parole numero quattro.

Dal finestrino dell’abitacolo filtra una luce spavalda, dovrebbe essere caldissima e invece non è niente. Metto la mano proprio al confine tra la luce e il buio: con l’indice tagliato a metà la temperatura rimane la stessa. Anche mio padre è partito. Subito dopo averci accompagnati all’aeroporto. È tornato a casa con ancora indosso i vestiti del funerale di Doris. Io e mio padre abbiamo fretta di lasciarci alle spalle questa storia, di levarci gli occhi fondi di Saul dalla testa e fuggire, a novanta chilometri all’ora in superstrada, come fanno le antilocapre, i mammiferi più veloci di tutto il Canada.
«Lasciamolo stare. Deve riabituarsi alla casa. Fare i conti con i vestiti, le fotografie, le scadenze che non ha più senso rispettare.»
«Onorare.»
«Ricominciare a pensare a se stesso. Ricordarsi di quando era ragazzo e Doris non faceva parte di lui.»
«Cambiare casa, se c’è bisogno.»
«Se c’è bisogno.»
Scendo dall’auto, mi carico lo zaino sulle spalle. Guardo mio padre al volante, controlla che alle mie spalle non arrivi nessuno, nessuna auto da dover lasciar passare; abbiamo ancora qualche secondo di tempo. Si accende una sigaretta senza scendere, con il fiato corto per il riscaldamento livello 5 a compromettere il godimento. Io resto fuori, in piedi. Michele mi chiama dal marciapiede. Dietro di lui le porte scorrevoli del terminal 2 entrata H e la luce arancio dell’insegna easyjet. Un clacson. Mio padre mette in moto, io chiudo la portiera, abbasso la testa ma non riesco a incrociare il suo sguardo. Vedo solo lo spazzolino da denti infilato con ordine nella tasca laterale della giacca; lo immagino sorridermi con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore, e saluto la targa della sua golf con le braccia al cielo e i bracciali che tintinnano fino a strozzarmi i gomiti.

Quando Blanca è salita sull’aereo io non c’ero. Ero sull’A8, in coda, imprecavo per non essere arrivata in tempo e insieme ringraziavo il cielo perché lei aveva avuto il buon senso di prendere il diretto per Malpensa. Il ricordo che ho di lei, mentre mi saluta dall’area imbarchi dove io non posso accedere, di lei che mi dice ehi, Monica, guarda che faccio scalo prima Londra e poi ad Ottawa, non esistono i diretti per Winnipeg è un ricordo che ho creato per avere un alibi, e continuare a credermi affidabile. Non c’ero quando Blanca è partita, non c’ero quando Doris è morta. In entrambi i casi, sono arrivata tardi. Nemmeno Michele c’era quando Bakisa è partito. Ora che è tornato, capita che davanti a lui neghi di esserci andato davvero, a Gondar, come fai a saperlo? Tu non c’eri, Michele, gli dice. Michele il più delle volte ride, ogni tanto – solo ogni tanto – rinfaccia a me di non esserci stato, di essere venuto in Spagna per quella storia di api che poi si è conclusa in un nulla di fatto.

Michele sarà a casa tra mezz’ora. Appoggiata al balcone al sesto piano, a pochi isolati da dove sono nata, osservo la partitella delle sei che con l’avanzare dell’estate spinge le famiglie dei palazzi a cenare sempre più tardi. Penso alle maglie tirate, alle imprecazioni che seguono gli scontri, alle azioni eseguite come ce lo insegnano gli allenatori, alle parole che ci dicono, alla loro incommensurabile distanza.
C’è una cosa nuova che mi interessa: sono le migrazioni delle persone, e di certi sogni che si hanno da piccoli che a un certo punto, siccome tu non sei in grado di realizzarli, ti abbandonano, infilandosi nelle vite delle persone che hai accanto. Il Canada dentro la vita di Blanca; Michele e il suo pendolo, quotidiano e perpetuo, da Monlué a casa nostra, in tangenziale; Saul che da quando Doris è morta si fa trecento chilometri per una serata a biliardo con mio padre; il sonno profondo e regolare di Bakisa, ora che la sua mente è sgombra, ora che nemmeno Gondar ha funzionato, ora che nemmeno Dio. Poi penso a Doris che muore: alla sua migrazione semplice. Verticale. Come quella dell’uomo verso Dio; come quella del plancton verso la luce.

 

TOP