Bottom-up

di Alfredo Zucchi e Luca Mignola

Il medico di corvette fece segno all’infermiere di tenere d’occhio la pressione della signora Cappa. Prima di chiudere la porta dell’ambulanza, diede uno sguardo intorno. La gente ancora accalcata all’ingresso della scuola, adibita a seggio elettorale, era rimasta a osservare. La sera era fresca e limpida. Il medico sorrise alla folla e scambiò un segno d’intesa con il signor Cappa, che si infilò in auto e, facendosi strada tra la folla, si avvicinò all’ambulanza. Solo allora il medico chiuse le porte e comandò che si partisse. Senza troppi scossoni, aggiunse, la signora è incinta, prossima a partorire.
«Ha fatto quanto andava fatto?»
«Sì, dottore. Non penso di essere stata vista.»
«Non si alzi, stia ancora giù. Dove le ha messe?»
«Mio marito» disse la signora Cappa.
«Siamo quasi arrivati» segnalò l’infermiere.
L’ambulanza frenò bruscamente. Il dottore fu sbalzato dal sediolino e batté la testa sulla bombola dell’ossigeno. La vista gli si appannò – il rumore di voci umane come in delirio gli parve un sogno. Poi un colpo più violento tra mascella e mandibola , poco sotto l’orecchio, lo stordì. Andiamo signora, andiamo. Solo questo fu in grado di ricordare il medico, mentre si sollevava dal pavimento dell’ambulanza e tentava di capire che cosa fosse accaduto. Andiamo, e una voce roca in dissolvenza.

Non ricordo, è tutto vago, aveva detto, tossendo, la signora Cappa.
Non ricordo, ho un vuoto, aveva ribadito, poi aveva poggiato la testa fulva su un cuscino bianco, che le era stato portato da un uomo grasso. Non pianse, non pronunciò mai il suo nome.
«Dorma tranquilla» le sussurrò un altro uomo, più basso e magro dell’altro, e le accarezzò il ventre gonfio di otto mesi. «Domani parleremo.»

«Il marito» si ripeté il medico mentre apriva, claudicante, il portellone dell’ambulanza. L’infermiere era a terra – il volto abraso, urlava come un uomo prima della morfina; l’autista presentava simili ustioni sul collo e sulle mani. Riempite le loro bocche di ovatta e imballate con garza autoaderente, stipò i corpi urlanti e vivi ai piedi del lettino, richiuse il portellone e si lanciò alla guida del veicolo. Raggiunse a sirene mute l’ospedale, ne setacciò il parcheggio, una macchina alla volta, poi tornò indietro. Percorse tutto il tragitto che portava dall’ospedale alla scuola, una statale deserta in certe ore del giorno e d’improvviso congestionata in altre – bastava un sorpasso venuto male perché diventasse una fisarmonica. Deviò due volte per stradine laterali, come convinto che ciò che uno cerca debba per forza nascondersi. Niente, nessuna traccia dell’utilitaria grigio topo del signor Cappa. Solo allora – i due ai piedi del letto non avevano più forze per gridare – si decise a chiamare lui.

La signora Cappa dormì male. A più riprese sussurrò a mezza voce di non avere le schede, di non sapere niente – ogni volta, l’uomo magro e basso fu pronto a consolarla: «Dorma, non si preoccupi, pensi al bimbo.» Giuseppe, detto Giuseppa per il suo dono di leggere i desideri degli altri ben prima che questi venissero fuori tradendosi, continuava ad accarezzarle la fronte. Ogni risposta di Giuseppa, tuttavia, increspava il respiro della signora Cappa. Prima di svenire la donna ripeté: «Cosa volete da me?» Giuseppa rise e chiamò a sé Beniamino, il quale, con meno premura del suo compare, sollevò la donna e la trasportò fino a un lettino dove, distesa, le iniettò una flebo nell’incavo tra braccio e avambraccio.

«Come disperso?» urlò lui. «Come si può perdere un uomo che ti segue?»
«Non lo so, eppure…» replicò il medico.
«E le schede?»
«Perse anche quelle.»
«Idiota!» Una tosse cavernosa a catena accompagnò l’insulto.
Lui chiuse la telefonata. Il medico guardò lo smartphone spegnersi, la luce elettrica che digradava fino al nero. Nel riflesso del vetro specchiato vide il suo volto, un ematoma simile a una macchia di Rorschach gli illividiva l’occhio e lo zigomo destro. Che cosa vedi? si chiese. Non riuscì a darsi risposta, perché lo smartphone si illuminò e Miserere di Zucchero Fornaciari suonò di nuovo.
«Dove sei ora?»
«Nel parcheggio dell’ospedale. Nessuno mi ha ancora visto, né chiamato. Dovrò riportare l’ambulanza al suo posto.»
«E l’infermiere?»
«Imbavagliato insieme all’autista.»
«Portamelo qua.»
Il medico annuì.
Sceso dall’ambulanza, aprì di nuovo il portellone. I due non urlavano più, gli occhi umidi di lacrime. La puzza di piscio era intensa. Il medico tirò prima l’infermiere per i piedi, lo mise a sedere sul bordo dell’ambulanza e gli disse che l’avrebbe sbavagliato se non avesse urlato. L’altro fece sì con la testa.
Mentre lo slegava, gli spiegò ciò che avrebbe dovuto fare: prima l’ambulanza andava consegnata, bisognava refertare l’uscita e le condizioni della paziente; poi avrebbe chiesto un’ora di permesso. L’infermiere protestò, dicendo che nessuno gli avrebbe creduto. Il medico si prese in carico di dare al suo piano la giusta credibilità. Al resto, disse, penserà lui.
Tirarono fuori anche l’autista. Lo slegarono e gli ingiunsero silenzio, non annuì neanche per com’era terrorizzato. L’infermiere guardò sull’asfalto buio e s’accorse che un rivolo liquido gli scorreva ancora dai pantaloni catarifrangenti. Rise.
«Mettiti alla guida» gli disse il medico. «Davanti all’ingresso del Pronto Soccorso ti fermi e ci fai scendere, parcheggi e resti nell’ambulanza finché non ci vedi uscire dall’ospedale.»

L’ambulanza ripartì, l’infermiere seduto avanti si toccava il collo livido.
Il medico, invece, aveva ripreso a specchiarsi sulla superficie lucida del vetro anteriore. Il livido di Rorschach si era esteso, con l’indice ne seguiva il perimetro e lo picchiettava leggermente. Non si preoccupò di come l’avrebbe nascosto. Non si preoccupò dell’assenza della donna, dei rapitori o dell’auto sparita. Pensava a lui, al suo volto scarno e le mani sottili e leggermente arcuate dalla vecchiaia, dalla vicinanza sempre più obliqua alla morte. La sua ignoranza lo atterriva. Non avrebbe capito un cazzo, avrebbe solo insistito che si trovasse quell’uomo, poi si sarebbe dedicato all’infermiere. La prassi della ripetizione, l’istinto sfrenato – e il sangue. Ogni cosa secondo abitudine: nessun ragionamento, eseguire gli ordini, essere prezzolati e tornarsene a casa. Non dimenticare mai, soprattutto.
L’ambulanza frenò. Prima di aprire il portellone, specchiandosi un’ultima volta, il medico tornò a chiedersi: «Che cosa vedi?»

La signora Cappa si svegliò. La stanza profumava di latte caldo e di caffè. Si alzò a fatica dal lettino e si mise a sedere, gli occhi ancora non abituati alla luce bianca che calava dal soffitto basso. Distinse le figure dei due uomini; disperata si lasciò cadere di nuovo sul lettino. Farfugliò qualcosa, la bocca impastata e un dolore al basso ventre le segnalavano che c’era stato un cambiamento. Per quanto ho dormito, si chiese.
Giuseppa, il veggente, si voltò dal fondo della stanza, dov’era seduto su uno sgabello alto e le sorrise a bocca aperta, mostrando i denti gialli da fumatore.
«Shhh, non agitarti. Riposa» le disse.
La signora Cappa non capì e alzò la mano in segno di aiuto. Giuseppa bussò sulla spalla di Beniamino e con un cenno della testa e sempre sorridendo gli indicò la donna. Beniamino comprese all’istante. Si mosse con lentezza. Stringeva in petto un panno bianco, dal quale affiorava una piccola testa coperta di una fitta peluria rossastra. Arrivato al letto, poggiò il fagotto accanto alla donna, poi le tirò su le gambe e la sistemò di lato. L’esserino nel panno bianco mugolò, la signora Cappa lo vide e non lo riconobbe, non capì che cosa fosse, mentre Beniamino le scopriva il seno e avvicinava la minuscola testa al capezzolo. Le labbra sottili vi si attaccarono e iniziarono a succhiare.
Anche Giuseppa si era avvicinato e guardava la scena compiaciuto. Diede una pacca sulla spalla di Beniamino e si sedette ai piedi del letto, sfiorando con le dita i piedi nudi della signora Cappa.
«Siamo buoni, no?» le sussurrò.
«Non c’è dubbio» ribadì Beniamino, che s’era piegato a spingere la testolina sempre più verso la mammella gonfia.
Giuseppa risaliva lentamente con la mano lungo la coscia della donna, che sembrava essersi riaddormentata.
«Prendi la flebo blu» comandò a Beniamino. «La nostra amica ha bisogno di rimettersi in forze, non è vero?»
Nel suo stato di semicoscienza, la signora Cappa sentì che la mano dell’uomo s’era avvicinata alla sua per carezzarla con premura.
«Non temere» le disse con calma Giuseppa. «Noi siamo qui con te.»
«Non le ho io, non le ho mai avute» riuscì soltanto a bisbigliare la signora Cappa, poi piombò di nuovo nel sonno, mentre l’esserino dalla testa rossastra succhiava dalla sua mammella scoperta.
«Che importa, amica mia, che importa!»

In sede d’udienza preliminare, l’accusa non ebbe il tempo di dispiegare l’intero corpo di prove a carico dell’uomo conosciuto come lui o Dracula, Ezio Ravoni, de iure imprenditore edile di fama nazionale, de facto uomo di punta della malavita locale: il furto di schede elettorali in occasione del ballottaggio per l’elezione a sindaco di Riva Lagosi sul Tirreno, si aggiungeva all’ipotesi di omicidio plurimo – i due impiegati dell’ospedale San Sebastiano, un infermiere di anni 33, Giustino Losani, e l’autista sessantenne Ernesto Ingravio, i cui corpi brutalizzati e dissanguati furono rinvenuti, sotterrati, in uno spiazzo adiacente al cantiere edilizio in cui la Ravoni spa era in procinto di tirare su un eliporto. Senza contare la sparizione dei coniugi Cappa e il feto che la signora avrebbe dovuto portare alla luce, secondo il più recente referto medico rinvenuto all’ospedale San Sebastiano, in una forbice temporale che indicava il giorno stesso dell’udienza preliminare come termine ultimo del parto, termine oltre il quale si sarebbe eventualmente intervenuti per tirare fuori l’esserino riottoso.
Nella ricostruzione del pubblico ministero, magistrato Luca Antonio Zucchini, la spinta endogena degli eventi puntava con decisione verso un disegno concatenato secondo il quale l’esito negativo del tentato broglio elettorale – il Ravoni, per la cronaca, perse il ballottaggio per 75 voti – avrebbe scatenato una spirale di ripicche o vendette di carattere eminentemente malavitoso. L’anello mancante, in questo disegno provvidenziale, era rappresentato dai corpi dei coniugi Cappa e del loro feto – dispersi da un mese e 16 giorni, presunti morti. Per questo, il magistrato Zucchini si premurò fin dall’inizio delle indagini di tenere in custodia alcuni degli uomini vicini al Ravoni, per poter disporre di loro, in aula, come testimoni. Zucchini non era un uomo d’azione: si fregiava, tuttavia, di essere un virtuoso dell'interrogatorio, al punto da autoproclamarsi, nel suo carteggio privato, Il Mesmerizzatore. Zucchini era, in effetti, una mente di grande acume analitico – intendeva, in questo caso, applicare il principio bottom-up poi passato alla storia come Al Capone, e incastrare il Ravoni in base a due accuse minori: il tentato broglio elettorale, per cui era riuscito, molto presto, a ottenere testimonianza dal presidente del seggio elettorale in questione; e la corruzione del personale dell’ospedale San Sebastiano in merito all’utilizzo improprio di una delle ambulanze, per cui invece bastavano, secondo il Mesmerizzatore, le incongruenze nel registro del Pronto Soccorso e le macchie di piscio nell’abitacolo dell’ambulanza. Solo dopo, eventualmente, si sarebbe potuti salire di grado e d’accusa, come in un esercizio verticale. In questo quadro, ragionava lo Zucchini, la decisione del giudice dell’udienza preliminare, signor Alberto Luneri, di andare a processo era meno che formalità.
L’accusa non ebbe tempo di dispiegare il suo disegno poiché il primo testimone, il medico Alfonso Relitti detto Alfio, salì sullo scranno, giurò di dire il vero e nient’altro che il vero, poi mentì spudoratamente. Mentre Alfio si accusava di ogni brutalità – compresa la dissoluzione dei coniugi Cappa e feto per acido – il Dracula sentì vibrare il cellulare nel taschino della giacca di lanetta leggera, un capo d’abbigliamento sartoriale prodotto dallo stilista lagosano il fu Pasquale Benedetti, rinvenuto dissanguato anch’egli in circostanze differenti tre anni prima dell’udienza. Il messaggio, inviato da tale PR, diceva: “L’odore della preda mi riempie le nari”. Più avanti, si sarebbe provato a giustificare il registro cruento del messaggio con un’estemporanea battuta di caccia del tale PR, provetto uccellatore.

L’opinione che gli uomini vicini, per lavoro e per necessità, al Ravoni avevano di quest’ultimo variava a seconda dell’intimità e della confidenza. Da lontano sembrava una bestia sanguinaria senza cervello, da molto vicino una bestia sanguinaria di certo acume deviato; in mezzo, un uomo come gli altri, con i suoi desideri, le sue debolezze e una tosse atavica. In mezzo si trovava PR, esecutore del Ravoni, il quale tra le sue brame e le sue debolezze non aveva tralasciato di delegare al soldato PR le indagini sulle circostanze dell’assalto all’ambulanza. La sparizione delle schede, in un primo momento, sembrava indicare, come un’evidenza, una ritorsione legata al risultato delle elezioni. Il Ravoni aveva riversato fin dall’inizio i suoi sospetti – cospicua parte delle sue debolezze – sui nemici che negli anni si era fatto nel capoluogo regionale e nella capitale. Due elementi spingevano a mettere da parte questa prima, sommaria ipotesi: informazioni provenienti dai vertici della cupola escludevano ogni tipo di implicazione di altri clan nella vicenda. Dall’altro lato, l’assenza di rivendicazioni del gesto, di controfferte, cavalli di ritorno, minacce di soffiata, puntava forte il faro sul signor Cappa, la cui sparizione insieme alle schede all’inizio poteva apparire come un tentativo di alzare il prezzo del servizio. Il Ravoni, d’altra parte, sarebbe stato disposto a pagarlo di più. Il suo silenzio alla chiusura delle urne indicava diversamente: scartata la possibilità di un ricatto, il suo gesto sfumava in eroismo puro, dissennato, inutile. Ho sottovalutato le brame di quell’uomo, il suo essere pronto a sacrificare tutto pur di mettermelo in culo, si era detto il Ravoni dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia. E ora PR, esecutore quasi infallibile (su 21 casi affidatigli, 20 esecuzioni e un suicidio provocato, dettaglio per il quale i giudici più severi gli attribuivano una percentuale di riuscita del 95,2%) era sulle tracce del signor Cappa.

Per tre settimane PR aveva girato a vuoto tentando di rintracciare la vettura grigio topo del signor Cappa. La quarta settimana di indagini si aprì con un grosso foruncolo spuntatogli, la mattina del Lunedì, all’ingresso della narice destra, estremamente doloroso, infiammato come l’occhio del Ravoni alla vista di una costola appena incrinata. Il suo farmacista di fiducia, un lagosano di origini settentrionali, gli prescrisse un acido blando, in grado di disseccare l’infiammazione: «Due volte al giorno, non ne abusi o le brucerà il viso.»
PR seguì alla lettera le indicazioni del medico, lasciandosi ustionare la base del naso. Verificò col Relitti la natura delle ferite del Losani e dell’Ingravio. i cui corpi intanto riposavano in pace nei pressi dell’eliporto. Il Relitti, pur riluttante, ammise che la natura delle ferite era di carattere straordinario: acidi del genere non si distribuiscono in farmacia, disse, qui si tratta di giocare al piccolo chimico. PR si mosse con decisione: fu il grossista Pietro Russo, socio del Ravoni nel fiorente mercato nero dei farmaceutici, a indicargli i fratelli La Fata, due mongoloidi in possesso di un capannone nell’agro lagosano. In ragione di un progetto di ricerca sviluppato dal più giovane dei due, Giuseppe, presunto omosessuale, per conto della facoltà di chimica dell’Università del Mezzogiorno, i La Fata eseguirono, un anno prima, un ingente ordine di acidi altamente tossici.

La signora Cappa giaceva appisolata sul letto, nell’angolo del salone adiacente il laboratorio. Il bimbo – un bel maschio, energico, deciso nel declinare qualunque soluzione che non implicasse il cibo o la defecazione – piangeva disperato nella culletta di vimini ai piedi del letto. Che gioia, per Giuseppa, prenderlo tra le braccia e cullarlo, incantarlo con le note di una canzone che il fratello senza volere aveva storpiato: «Per fare un petalo, ci vuole un crimine», cantava Giuseppa con un accenno di falsetto, e l’emozione di tenere in braccio la vita era così intensa da non riuscire a proseguire nell’invenzione – parodia o remake – del testo. Rimase a cantare lo stesso verso, con diverse modulazioni, accennando passaggi armonici dal maggiore al minore, fin quando il bimbo chiuse gli occhi e lasciò cadere il braccio in segno di resa. Fu allora, lo sguardo perso nell’orizzonte verde dell’agro lagosano oltre la finestra, che si accorse di movimenti inusuali nello spiazzo davanti al baraccone che era casa sua e di suo fratello Beniamino La Fata. Si acquattò, per prima cosa. Schioccò le dita per richiamare l’attenzione di quel mongoloide che era suo fratello, gli indicò di trasportare il letto della signora Cappa sul retro. Disposero madre e figlio, entrambi dormienti, nel corridoio angusto prima della sala-laboratorio che Beniamino stesso, in un momento di grande ispirazione, aveva denominato Alchemia. Richiusa a chiave la porta che separava il salone dal corridoio, si appostarono entrambi appena sotto il davanzale per studiare la mossa successiva.

Il Mesmerizzatore fu sconvolto dalla testimonianza del Relitti, non perché lo conoscesse di persona, avendo avuto in cura sua madre per quel problemino al fegato che poi si rivelò essere un tumore. Non si riteneva infallibile; un analista, si diceva, non può riuscire oltre il 90% dei casi, deve poter dubitare delle sue stesse conclusioni. Ammetteva che la sua parziale ricostruzione potesse essere errata nell’addossare al Ravoni ogni intenzione criminale, nell’escludere dunque ogni altra variabile. Tuttavia la deposizione del medico, pronunciatamente autoaccusatoria, di fatto svincolava il Ravoni dagli omicidi del personale paramedico e dalla sparizione dei coniugi Cappa in maniera netta. Non restavano che le accuse minori di corruzione per il Ravoni detto Dracula, valide se funzionali al disegno più grande, ma risibili, irrilevanti, “aria fritta” si sorprese a dire ad alta voce, se svincolate dagli omicidi. Un crimine senza moventi?, si chiese ancora, e annotò su un foglietto “controlli scheda signor e signora Cappa”. Si dava del Lei negli appunti informali, una regola igienica appresa negli anni del servizio militare.
Il Ravoni, allo stesso tempo, aveva ampie ragioni di sorprendersi e godere. Quell’idiota coscienzioso del medico – lo stesso che una settimana prima dell’udienza si era rifiutato ostinatamente di patteggiare una deposizione condivisa, in cui, nella proposta del Dracula, i coniugi Cappa e feto erano fuggitivi, mentre le morti dell’Ingravio e del Losani erano da attribuire allo stesso signor Cappa – quell’inetto all’azione gli aveva appena creato un alibi di ferro. Gli avrebbero comminato, al Ravoni, una pena risibile, ne sarebbe venuto fuori in poco tempo, tutto sarebbe tornato come prima. Eppure nulla poteva essere come prima. Da un lato, sapeva perfettamente che il Relitti mentiva – aveva ancora negli occhi l’eccitazione per il dissanguamento del cadavere pisciato dell’autista Ingravio, eseguito in prima persona, con lentezza, con le sue manine. Mentiva – quel Relitti non sarebbe stato capace, senza anestesia, di torcere il piede a un bimbo. Non poteva, il Dracula, vietarsi di pensare al signor Cappa, alla sua fuga scellerata. Sentiva l’orizzonte del desiderio, dei motivi che spingono al crimine, spostarsi di un passo in avanti. Si sentiva superato.

Il giorno è un dito, lesse il medico Alfonso Relitti, seduto su una poltrona nel suo studio, poi chiuse un’antologia che raccoglieva in unico volume i lirici greci. Aveva trascorso l’ultimo giorno prima del processo in silenzio, in compagnia dei classici. Il giudice dell’udienza preliminare magistrato Luneri aveva accolto le posizioni dello Zucchini, la prima udienza del processo era fissata per l’indomani. Si sentiva spossato. Ripensava alla signora Cappa e si diceva, bisbigliando, “una madre e un feto”.
Il libro gli cadde dalle mani.
La sera era calma, senza vento, e lo scoprì in strada da solo sotto un pioggia sottile. Che cosa vedi?, si chiese mentre passeggiava, massaggiandosi l’occhio destro. Si fermò a specchiarsi nel vetro di un auto. Non la riconobbe subito. Sull’occhio il livido di Rorscharch pulsava. Una voce, forse la sua stessa voce, lo colse alle spalle: “una madre e il suo feto”. Il medico si voltò, non c’era nessuno. Che cosa vedi?, ancora la voce, mentre accarezzava il livido. Un’ombra apparve ai lati dell’auto dove si era specchiato e gli si parò di fronte. Il Relitti la seguì con lo sguardo, finché non sentì la portiera sbattere. L’ombra era dentro e il vetro dell’auto aperto, al volante l’ombra si mostrò simile a un uomo, maschera di sangue e consunzione. Il naso decomposto, le labbra corrose e pendule, con un gesto del braccio gli intimò di entrare. Allora la riconobbe, l’auto grigio topo. Entrò. Non riusciva a guardare l’uomo al suo fianco. Non disse il suo nome, solo abbassò il parasole e si guardò nel minuscolo specchio che conteneva. Cercava il livido. Era sempre lì, sebbene ora ricordasse (chi sa come lo ricordò solo in quell’istante, per dimenticarlo subito dopo) che il livido si era già assorbito. Che cosa vedi?, chiese alla porzione di volto nello specchio – lo specchio era l’uomo al suo fianco. Non ci fu risposta. La portiera si aprì e si chiuse, l’uomo era uscito, tornando ombra impalpabile. Il corpo del medico occupava tutto il volume dell’auto. Era sul punto di soffocare. La portiera dal suo lato non si apriva, probabilmente si era incastrata o qualcuno la bloccava dall’esterno, non riusciva a capirlo, poiché il suo corpo si era espanso e non gli consentiva nessun movimento. È questa la colpa, si disse. Poi l’auto si accese e qualcuno al suo fianco, forse l’ombra stessa, faceva manovra per uscire dal parcheggio. Sentì l’auto spostarsi, il suo corpo diminuire di volume. Quando l’auto si fermò, s’accorse che la notte s’era mutata in giorno, e davanti ai suoi occhi una folla piangente, disperata, seguiva un feretro, trasportato nella chiesa di San Sebastiano martire di Riva Lagosi sul Tirreno. In cima alle scale vide il prete che attendeva e due chierichetti che spargevano incenso. S’accorse che pur avvertendo che quello fosse incenso, non ne sentiva l’odore. Poi, l’uomo o ombra al suo fianco disse qualcosa attraverso la bocca squarciata e pendula. Il medico non capì. Il funerale di chi? Non ricevette risposta, l’uomo era già fuori dall’auto e stava raggiungendo il corteo. Non ce la farò, si disse. Fece scattare la sicura della portiera e si trascinò fuori con riluttanza per accodarsi al corteo funebre. All’ingresso della chiesa si fermò a leggere sul manifesto il nome del morto. Diceva: SI È SPENTO L’ONOREVOLE EZIO RAVONI – I FAMILIARI NE DANNO IL TRISTE ANNUNCIO – NON FIORI, MA OPERE DI BENE. Com’è possibile?, urlò. Sentì che la macchia sbatteva quasi fosse viva, cercò di nasconderne la pulsazione con il palmo della mano. Che cosa hai visto?, la domanda si estinse in un telefono che squillava.

Il Relitti raccolse il libro, si alzò per rispondere.
Sollevò la cornetta e restò in ascolto. «È angina pectoris», disse una voce liquida dall’altro capo del telefono. Il medico annuì. Disse che avrebbero dovuto procurargli pillole di nitroglicerina. Poi, come se non gli interessasse minimante il contenuto di quella telefonata, rispose: «Nei sogni non abbiamo la percezione degli odori». In risposta, sentì il clic e il segnale di interruzione di chiamata. Agganciò la cornetta. Ripensò per un istante al sogno che aveva avuto; non che credesse alla sua interpretabilità, ma restò per qualche secondo a ripensare il finale. Ricordò come qualche mese prima che si sollevasse il polverone elettorale, si trovasse a casa di Ezio Ravoni per un problema respiratorio che, data la riluttanza del Ravoni a presentarsi in ospedale, cosa che l’avrebbe fatto apparire debole agli occhi del suo elettorato e degli avversari, il medico aveva diagnosticato in una forte asma, per riformulare in sede privata con alcuni membri della sua famiglia, tra cui la moglie di Dracula, Elettra Siniscalchi, la diagnosi di angina pectoris. Gli prescrisse pillole di nitroglicerina, per tamponare e lenire il dolore. Rimase per qualche secondo – qualche minuto? chi pondera il tempo della riflessione e della concentrazione? – con gli occhi per aria, immerso nella ricostruzione di un’immagine dall’interno: una vendetta silenziosa, come un accidente o un equivoco, come per scambio; una vendetta, in qualche modo, già in atto. Il suo – si disse come perorando la propria causa a se stesso per fugare ogni dubbio morale – non sarebbe stato un atto di eroismo, una presa di posizione in nome della verità, della giustizia o di qualunque altra stronzata che giornali, televisioni e il resto dei media avrebbero frainteso e divulgato. Ne sarebbe valsa la pena; d’altra parte, chi tra lui e Dracula sarebbe finito dietro le sbarre rappresentava ora una variabile irrilevante.
Infine, si alzò e andò alla scrivania. Dal primo cassetto tirò fuori una vecchia agenda, di quella che gli informatori farmaceutici forniscono insieme a campioni di medicinali. La sfogliò, prese una stilografica nera e scrisse: il giorno è un dito, che ti entra nel culo.

PR vide la casa e riconobbe l’auto grigio topo del signor Cappa, parcheggiata poco lontana a lato di un fosso. Gli fu chiaro che quel giorno avrebbe potuto migliorare di colpo le sue statistiche. “Due fatine e un traditore” gioì tra sé PR, al secolo Aldo Mora. Sputacchiò una gomma, tirò fuori un pettine a scatto e si lisciò il ciuffo, poi si acconciò la fila sul lato destro.
Si entrava in scena.
«Fatine sorelline!» iniziò a cantilenare PR da lontano. «Fichette secche, ho portato il lubrificante!»
I fratelli La Fata acquattati sotto la finestra percepivano, dell’uomo, solo la voce. Giuseppa previde ciò che sarebbe accaduto: «Moriremo» ghignò. Accarezzò il fratello sulla testa, poi gli indicò la porta che dava accesso al corridoio dov’era occultata la signora Cappa e che portava all’Alchemia. Beniamino intese e strisciò fino alla porta, si mise a quattro zampe e sgattaiolò dentro.
«Sorelline, è arrivato papino. Avanti, fate le brave» urlava PR. Si sbottonò il giubbino di pelle di camoscio, infilò la mano sotto l’ascella e tirò fuori la pistola. «Conto fino a cinque, poi venite fuori» rise, mentre caricava l’arma.
La porta scattò sotto il giro della chiave e si aprì, Beniamino La Fata venne fuori gattonando e stringendo nella mano destra una busta di plastica rigida. Giuseppa sorrise e non poté fare a meno di prevedere, ma tacque, per non sentirsi una moderna Cassandra. Prima che la porta si chiudesse intravide la signora Cappa seduta al bordo del letto, il capo chino sul seno scoperto e le testolina della creatura che si muoveva impercettibilmente.
«Uno, due, tre…»

Il Mesmerizzatore non pensava ad altro che alla sparizione dei Cappa. Rileggeva ora alcuni punti sottolineati nelle deposizioni dei testimoni. Da una cartellina in plastica trasparente glitterata, catalogata sotto la sigla RR (Relitti-Ravoni), trasse fuori alcuni fogli sparsi, e lesse uno spezzone del rapporto che la polizia scientifica aveva fatto in casa del signor Cappa, gallerista lagosano noto ben oltre i confini della regione. “Niente” era la parola che ricorse più spesso in quella lettura. Per ogni “niente” il Mesmerizzatore alzava gli occhi e sorrideva. Poi, come volesse distrarsi, prese ad appuntare in terza persona i vari momenti dell’udienza preliminare e preconizzò le mosse del processo vero e proprio o “giudizio universale” come scrisse. Immaginava e e si descriveva ogni momento dell’accusa e della difesa; vide gli occhi di Francesco de Pretiis, avvocato difensore di Dracula, che si incrociavano ai suoi – mentre, tracciato anche il suo profilo sul foglio, ammoniva se stesso a tenere in scacco l’una e l’altra parte fino all’ultimo respiro, fino al limite della pazienza e della fiducia. “Nessuno ne uscirà libero” scrisse al centro della pagina sulla quale disegnava l’aula del tribunale e i movimenti di ognuno dei personaggi. E allora gli fu chiaro, mentre abbozzava il ritratto del Relitti, che l’avrebbe costretto a confessare, spingendolo fino al fondo della sua ostinazione. “Un caso senza movente non si dà, non è una lezione di logica formale, tertium est advocatus”. Come il mistico in preda all’estasi della visione, richiuse violentemente le sue carte personali nella cartella Relitti-Ravoni, allargò le braccia e rimase a fissare la parete sul fondo della stanza, sulla quale trionfava un’imitazione del Davide e Golia di Caravaggio.

L’aria fresca e il sole tiepido sul viso glabro rendevano Aldo Mora, detto PR, quasi più bello.
Fermo e statuario a pochi passi dalla porta d’ingresso del laboratorio dei fratelli La Fata, caricava l’arma semi-automatica.
«… quattro, cinque.»
Mora alzò il braccio destro e sparò un colpo d’avvertimento.
«Fuori, fatine. Basta giocare!»
I fratelli ascoltavano e non si muovevano. PR intimò di nuovo di uscire. Quel silenzio lo innervosiva, nessuno mai aveva osato tanto e la sua mano non sarebbe stata gentile con il culo dei due mongoloidi.
«Vieni a prenderci, stronzo» fu la risposta dei fratelli.
Giuseppa afferrò un bisturi dalla busta di plastica, che poggiò con cura ai suoi piedi. Fece segno a Beniamino di mettersi dall’altro lato della porta. Poi si alzò sulle ginocchia e guardò fuori, per vedere a che distanza si trovasse il nemico e ghignò e bussò sul vetro per farsi notare.

Quando il Ravoni entrò in aula, il suo volto non emanava la gioia di chi è riuscito a inculare la legge. Sembrava prostrato dalla fatica e dal dolore – ci fu chi sostenne che fosse una pantomima per impressionare i giudici. La sua efferata crudeltà, che gli era valsa il soprannome e il rispetto a Riva Lagosi, lo rendeva profondamente infido agli occhi del pubblico in aula. La gente vociava: c’era anche il sindaco, on. Luigi Masturzio, fresco trionfatore del ballottaggio elettorale, cinto dalla fascia tricolore e seduto in prima fila. Il Ravoni sedette al tavolo dell’avvocato de Pretiis. Appena di lato, da testimone a imputato, il Relitti, e di fianco il suo avvocato, l’imberbe, e per molti lagosani futuro pusillanime, Eupremio Regali, nominato d’ufficio dalle autorità stante l’ostinato rifiuto del Relitti di scegliere il suo difensore davanti alla legge. Avrebbe voluto difendersi da solo – “non siamo mica in America” ebbe a rispondergli un ufficiale giudiziario, “e neanche nell’Atene di Pericle” chiosò il medico.
Il Ravoni, detto Dracula, si protese verso il Relitti come a voler scambiare confidenze, gesto al quale il medico reagì con freddo, calcolato distacco. Finse d’indignarsi e mentre attirava l’attenzione del giudice prese a trafficare con le mani nelle tasche.
Poi entrarono contemporaneamente il magistrato Luca Antonio Zucchini e il giudice Giuseppe Valmonte. Il Mesmerizzatore passò di fronte al tavolo degli imputati, aggrottando le ciglia e salutando con deferenza l’avvocato de Pretiis. Prese posto: la sua vittoria sarebbe stata ricordata come una nuova catilinaria o, come aveva scritto nei suoi appunti, “una moderna dracularia”.

La signora Cappa aveva smesso di implorare i due fratelli La Fata di lasciarla andare. Si era convinta che i mongoloidi non fossero a conoscenza del tentato broglio elettorale in favore del Ravoni. Si era arresa all’evidenza della pazzia. Lasciava che Beniamino La Fata la chiamasse “mamma” e che Giuseppa La Fata le dicesse “cara” e le accarezzasse i capelli come farebbe un marito premuroso e innamorato. Nessuno dei due però si era mai azzardato a farle violenza, mai in quei giorni la signora Cappa ricevette proposte sessuali o, se pure fosse accaduto, non lo ricordava, poiché i due mongoloidi, mentre continuavano a giocare ai piccoli chimici, le usarono la gentilezza di drogarla, somministrandole dosi di ketamina.
Ora vide passare Beniamino nel corridoio dove avevano spostato il letto, e non disse nulla, si limitò a cullare il piccolo maschio, che i fratelli chiamavano Mendeleev.
Intanto Aldo Mora era a un soffio dalla porta d’ingresso. Lo scarto tra me e loro, si disse, è il numero di morti per cui sono pagato. Si voltò indietro e finse di andarsene, in realtà passò oltre la finestra per non essere visto e iniziò a percorrere tutto il perimetro della casa.
Passò accanto all’auto grigio topo. Accanto al fosso notò orme di passi che si allontanavano, ancora fresche. PR restò per qualche istante a guardarle, poi distolse lo sguardo e tornò a concentrarsi sulla sua missione omicida.

Il giudice Valmonte impose il silenzio in aula. Brevemente fece il punto della situazione, rimarcò che le indagini non avevano rivelato niente di nuovo riguardo alla scomparsa della famiglia Cappa. Poi ordinò di procedere; l’avvocato de Pretiis, decretò, sarà il primo a prendere parola.
Dal canto suo il de Pretiis si rivolse, bruscamente e con violenza, ad Alfonso Relitti, detto Alfio. Gli chiese a bruciapelo di specificare ruoli e dinamiche di eventi che ancora restavano oscuri. L’imberbe Regali ebbe un sussulto, dalle gambe al cervello e poi di nuovo agli arti il segnale fece il suo corso, prese il suo tempo: il Regali era sul punto di mettersi in piedi e gridare “obiezione, vostro Onore!” o ancora “taci, mentecatto!” o qualunque altra frase di circostanza, ma non fece in tempo. Il Relitti, una mano ferma sulla coscia tremante dell’imberbe, lo costrinse a restare al suo posto. Gli disse sottovoce: «Lasci le cose fare il loro corso. Lei stesso potrebbe trarne giovamento.»
Il medico non cambiò nulla della sua prima deposizione; mentre teneva lo sguardo fisso sul volto stanco di Dracula, che ogni tanto si portava la mano al petto, ribadì la sua indubitabile colpevolezza. Affermò che nessuno crede di solito ai rei confessi, poiché la legge tende a vedere oscurità là dove invece c’è luce, e che la legge non essendo propriamente una disciplina scientifica – disse esatta, per essere corretti – non avrebbe fatto altro che tentare la confutazione del teorema dell’inopinabilità della colpa. Se ciò che si era cercato in quei mesi di indagini, nonostante la sua confessione, era un colpevole – disse queste ultime parole sfidando apertamente lo Zucchini – non riusciva a capire perché la corte emerita non avesse cercato altrove; come accade spesso ciò che si cerca nell’oscurità è ben nascosto nel cono di luce. Concluse la deposizione guardando nelle palle degli occhi il Ravoni, il quale sudava e tossiva, e con un fazzoletto bianco ora asciugava la fronte ora copriva la bocca.
L’avvocato de Pretiis tornò a sedere, il magistrato Zucchini fu invitato dal giudice Valmonte a farsi avanti.
Con un gesto perentorio si aggiustò la toga e si avvicinò al banco degli imputati. Ci fu un lungo silenzio. Lo Zucchini si allontanò dal banco e passeggiò avanti e indietro. Non si trattava più della simulazione di un progetto disegnato su un foglio di carta, era l’atto finale di una consacrazione professionale. Poggiò la mano destra sul tavolo dell’accusa e guardò prima il Ravoni poi il Relitti. Un delitto senza moventi, si scoprì a dire a bassa voce, poi ripeté la formula in modo che tutti potessero udirla. Mettere in gioco il dubbio, sospendere il giudizio – niente al caso o all’improvvisazione. Il giudice Valmonte chiese spiegazioni di quella sentenza. Il Mesmerizzatore sorrise e, sollevata la mano dal tavolo, indicò prima il Relitti e poi l’idiota politico.

C’era un’altra porta sul retro. Una porta di ferro, blindata. PR saggiò la maniglia, poi curvandosi poggiò l’orecchio sulla porta. Infine si decise. Contò cinque passi camminando all’indietro, puntò la pistola sulla serratura e fece fuoco. La maniglia saltò in aria. Senza indugio, Aldo Mora scattò e con una spallata si precipitò all’interno. Ciò che vide lo lasciò senza fiato. Il laboratorio dei La Fata si palesò davanti ai suoi occhi. C’erano dovunque provette e flaconi, si sprecavano le ammoniache, le pentole incrostate e dosatori e siringhe. Per terra erano sparsi decine di guanti monouso. Una gigantesca tavola periodica occupava una delle pareti laterali, su un’altra erano affisse foto di persone deturpate e abrase dagli acidi – volti e braccia e toraci bruciati, scarnificati. PR fu sul punto di vomitare. Per prima cosa, tuttavia, verificò l’estinzione del foruncolo alla base del naso: pensò alla possibilità che il suo viso si unisse agli altri per addobbare la parete degli abrasi.
Giuseppa La Fata era rimasto a guardare fuori, convinto che l’uomo fosse effettivamente andato via, ma quando sentì l’esplosione, qualcosa dentro di lui – paura, terrore, sorpresa – si sciolse e non riuscì a controllare l’intestino né i dotti lacrimali. Cacava e piangeva, mentre Beniamino La Fata, che allora dimostrò di essere tanto stupido quanto impavido, si alzò di scatto urlando “mamma” e, aperta la porta, corse nel corridoio stretto, afferrò la signora Cappa e la portò dal fratello, che piangeva e tremava. Non gli disse niente, ma eroicamente si lanciò di nuovo nel corridoio verso l’Alchemia.

Il Relitti non sembrava innervosito dall’atteggiamento del pubblico ministero.
«Non è stanco di questa farsa, dottore?» chiese lo Zucchini. «Ci dica, quindi, a che scopo, dato che chi sta tentando di proteggere è ormai lampante.»
Il Relitti taceva. Vedeva di fronte a sé Dracula il quale pareva, poco a poco, venire meno – la mano si stringeva al petto come se potesse estirparne il male. Poi rivolse lo sguardo di nuovo al magistrato.
«Non ho altro da aggiungere, avvocato.»
Il Mesmerizzatore si irrigidì. Il medico vide che il Ravoni aveva già ingerito tre pillole. È questa la crudeltà, pensò. Aspettare la morte, vederla compiersi e non agire, non tentare alcun rimedio.
«Lei, dunque, giudica se stesso colpevole anche della sparizione dei coniugi Cappa?» chiese il Mesmerizzatore senza più girare intorno al suo rovello.
«Sì» rispose secco il Relitti.
Dracula tossì ancora, questa volta violentemente, attirando l’attenzione del giudice Valmonte. Gli domandò se si sentisse bene, il Ravoni annuì scuotendo la testa e nascondendo fulmineamente il fazzoletto sporco di sangue nel pugno. Il Relitti per un istante tentennò. Non si torna indietro, si disse.
«Non ci sono le prove, dottor Relitti, che lei abbia ucciso i due coniugi e il bambino che la signora Cappa portava in grembo, eppure vuole convincere me e la corte intera che sia stato lei, non dico la mano occulta che ha mosso le pedine, ma una delle pedine, anzi la pedina per eccellenza. Vuole forse essere un eroe? Vuole che qualcuno le dica che la sua ostinazione è pari al silenzio di Prometeo, che lei ha visto la verità, la conosce, ne è illuminato, ma vuole tenerla tutta per sé, perché sa che un giorno verrà chi sarà più terribile del suo signore e lo scalzerà dal trono di menzogne su cui siede?»
«Sì» rispose laconicamente il dottore – o Prometeo incatenato –, lo sguardo fisso sul Ravoni, che ricambiava e soffriva. Lo vide ingerire altre pillole, il sudore gli imperlava il volto sconvolto. La fiducia si paga a caro prezzo, avrebbe voluto dirgli, eppure non ce ne sarebbe stato il tempo e il modo.
Dracula tossì ancora, ma non riuscì a coordinare il braccio e il pugno che stringeva il fazzoletto; sputò sangue. L’aula ammutolì.

La porta del corridoio era ancora chiusa. Giuseppa La Fata si stringeva al corpo della signora Cappa. Il piccolo Mendeleev piangeva. Teneva nella mano destra il bisturi, che poco prima aveva estratto dalla busta di plastica. La signora Cappa, con il figlio stretto al ventre, guardò Giuseppa e provò compassione per la sua paura. Lo sfiorò e gli fece segno di poggiare la testa sul suo petto, il mongoloide ancora piangente si lasciò guidare dalla mano che gli offriva requie e che ora a sua volta lo accarezzava e quasi lo perdonava.
Dall’altro lato, PR nascosto dietro un tavolo, attendeva che la porta d’ingresso dell’Alchemia laboratorio si aprisse – finalmente avrebbe inchiodato al suolo chiunque avesse oltrepassato la soglia. Non riusciva a staccare gli occhi dai corpi abrasi appesi alle pareti in fotografie 30x50. Tentò di riconoscere tra i volti e i corpi quello del signor Cappa, ora era certo che i La Fata avessero a che fare con il rapimento, l’occultamento delle schede e il fallimento del suo capo. La sua gloria in denaro sarebbe stata incalcolabile. Ma il signor Cappa non c’era. Forse, si disse, è ancora vivo o forse l’hanno disciolto in qualche acido. Poi, la porta scattò, Aldo Mora tornò vigile e per qualche istante smise di respirare. Vide l’ombra di un uomo disegnarsi sul pavimento, mentre la porta si apriva lentamente, sibilando. Beniamino La Fata, si era schiacciato contro il muro come nei polizieschi che aveva visto in televisione. Avanzò silenzioso, il grosso ventre tirato dentro, spostandosi in punta di dita lungo il perimetro del laboratorio. Veniva in braccio al killer e non lo sapeva. Beniamino si fermò, gli occhi puntati al suolo, quando vide uno scintillio metallico ai piedi del tavolo e due occhi che lo scrutavano. Fu un attimo. Il mongoloide tornò con le piante dei piedi a terra, afferrò il tavolo dal lato corto e lo scosse con violenza. Le ampolle, i dosatori, le pentole traballarono – incastrato dietro il tavolo, a PR non restava che sparare. I proiettili oltrepassarono il legno squarciandolo, frantumarono il vetro delle ampolle. Gli acidi presero a colare.. Alcune gocce schizzarono sul volto di Aldo Mora: d’istinto, bestemmiando il grassone mongoloide, esplose altri colpi a raffica. Colpito al torace, Beniamino cadde riverso al suolo. Ancora respirava quando PR lo raggiunse. Si inginocchiò davanti al suo corpo e gli tastò il collo per controllare il battito cardiaco. Questo, si disse, è bello e finito. Allora la sua attenzione si spostò sulla porta spalancata e sul corridoio, oltre il quale immaginò di trovare l’altro La Fata. Un sorriso sinistro si disegnò sul volto.

Il giudice Valmonte chiamò immediatamente le guardie perché portassero fuori dall’aula Ezio Ravoni e ordinò che gli fosse fornita un’adeguata assistenza sanitaria. Sottolineò la contingenza come un incidente che avrebbe arrestato temporaneamente la prosecuzione del processo. Scambiò con il magistrato Zucchini uno sguardo per fugare ogni richiesta da parte del Mesmerizzatore di continuare anche senza uno dei principali imputati.
L’aula fu avvolta dal silenzio per qualche minuto. Poi il giudice Valmonte interruppe lo stallo, battendo tre volte il martello per sciogliere la seduta. L’avvocato de Pretiis, disorientato, spinse via l’imberbe Regali e si avvicinò al medico. Il Relitti lo evitò. Ora era il carcere, si disse; per la colpa vera e propria ci sarà forse tempo più avanti. L’avvocato insisté e lo raggiunse, gli sussurrò all’orecchio qualcosa a proposito di una “caccia all’uomo”, che bisognava recuperare, prima che l’avrebbe fatto la polizia, il cellulare di Dracula.
Il Relitti lo scrutò per un istante e gli sorrise. Qualsiasi cosa, rispose, possa aver fatto Dracula (era la prima volta che lo chiamava così in pubblico) lei dica che sono stato io.

Quando Aldo Mora dischiuse la porta del corridoio, rimase stranito. Se fosse stato un esperto d’arte, avrebbe riconosciuto nel gruppo che gli si parò di fronte un’interpretazione, una rivisitazione, del tema della pietà. La signora Cappa stringeva al petto la testa di Giuseppe La Fata, dal collo riverso del quale colava ancora un effluvio di sangue. La mano dell’uomo poggiata sul ventre era imbrattata di fluido rosso: aveva previsto e agito, morte su morte. I suicidi, pensò PR, sono due, questo non farà che sporcarmi le percentuali.
La signora Cappa gli disse che non era riuscita a fermarlo, poco importa, rispose Aldo Mora, l’avrei ucciso io stesso. Spostò il corpo senza vita di Giuseppe La Fata, aiutò la donna a rialzarsi. Prese in braccio il bambino, disse: è tutto finito. Uscirono dal capannone.
L’auto blu di PR era parcheggiata poco lontano. Mentre digitava sul cellulare “la caccia è conclusa” si voltò di colpo per osservare di nuovo l’auto grigio topo sul retro. Anche la signora Cappa si voltò e la riconobbe. Scoppiò in lacrime. «Tutto è perduto.»

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