The Last Man on Earth

di Francesca Fichera

Mostrami un uomo o una donna soli e ti mostrerò un santo o una santa. Dammene due e quelli si innamoreranno. Dammene tre e quelli inventeranno quella cosa affascinante che chiamano “società”. Quattro ed edificheranno una piramide. Cinque e uno lo metteranno fuori legge. Dammene sei e reinventeranno il pregiudizio. Dammene sette e in sette anni reinventeranno la guerra.
Stephen King, L’ombra dello scorpione (Bompiani, Milano, 1991)

Nel 2019, a quasi un secolo dalla solitudine in bianco e nero di Vincent Price, l’Apocalisse ha smesso di bussare con rabbiosa insistenza alla porta di casa. Piuttosto tace, circondando col silenzio i suoni vitali dei superstiti, in un mondo a colori che ha rinunciato persino a rantolare.
Qualsiasi verso sarebbe di conforto a Phil Miller, l’ultimo uomo sulla Terra – o d’America; lui che, come il Tom Hanks di Cast Away (2000), in mancanza di interlocutori in carne e ossa si regala un uditorio di palloni e prova ad amare un manichino.
Una storia, ideata e interpretata da Will Forte, che è anche il modo più bizzarro possibile di rispondere all’eterno e infantile interrogativo su cosa accadrebbe al pianeta se restasse a disposizione di un’unica persona.
Le opere del Metropolitan Museum, la villa di Playboy, tanti alcolici da riempire una piscina: tutto alla mercé di un solo uomo. In The Last Man on Earth la sopravvivenza è un gioco buffo, e non conta più di tanto: la sola, reale dannazione viene dalla speranza di ritrovare una compagnia, di ristabilire relazioni; quegli specchi senza i quali nessuna identità potrebbe definirsi compiutamente tale.
E il “sopravvivere a se stessi” è il cuore nascosto di quest’originale declinazione del genere distopico, costante fantascientifica da sempre divisa fra drammi e rappresentazioni iperboliche, ora disponibile a offrirsi in una visione semplice e ribaltata che sparge sull’horror vacui il pepe della comicità e della normalità dell’assurdo.

Nato e sopravvissuto a Tucson, versione post-moderna e capovolta dell’Eden delle Scritture, Phil Miller vive e rappresenta l’incubo tragicomico di una seconda Creazione, nella quale la presenza di una controparte femminile, anziché spalancare le porte al desiderio, realizza il Male attraverso il più comune dei sentimenti umani: l’inadeguatezza.
Carol è la novella Eva giunta al limite di un atto disperato e di un sogno (erotico) destinati, entrambi, a rimanere irrealizzati. Bruttina, petulante, eccentrica, con la ferma convinzione — e qui il paragone col sacro si sposta da fuori a dentro la narrazione – che Phil sia l’Adamo che la aiuterà a ripopolare il mondo, incarna la ragione – la prima e, forse, di nuovo l’ultima – capace di instillare nell’uomo il seme del dubbio e del pentimento: e se non avesse mai scritto “Alive in Tucson” sul cartellone in autostrada?
A questo punto, The Last Man on Earth sembra voler riaffermare il classico “meglio soli che male accompagnati”, oppure dimostrare che la sfida della pura narrazione a una voce è persa in partenza – basti pensare a grandi racconti di fantascienza per il cinema come Moon (2009) o il recente The Martian (2015), dove l’ab-soluta e solitaria centralità dei protagonisti non è realmente sciolta dalla necessità del rapportarsi al prossimo.
Ma ci vuole poco perché, anche sullo schermo televisivo, si materializzi il celebre adagio kinghiano de L’ombra dello scorpione. Certo, non v’è amore ideale tra Phil e Carol, e tuttavia la società è pronta a rinascere non appena lo scenario letteralmente desertico dell’Arizona viene ravvivato da un terzo elemento umano: un’altra donna, diametralmente opposta alla prima nelle sue caratteristiche più evidenti (aspetto fisico, personalità), di nome Melissa.

Nella sua figura prosegue la non-realizzazione dell’ultima fantasia di Phil, la disperazione figlia di un Fato che, sebbene dimostratosi benevolo in un primo momento, ora non fa che dare prova di un’avversità intrinseca e crudelmente ironica. E l’ultimo uomo sulla Terra ne attraversa i segni similmente allo Charlot fra gli ingranaggi della fabbrica, ma senza danzare fisicamente: al corpo di The Last Man on Earth danno forma i dialoghi, le situazioni, la scrittura. Più sono cattivi, più si ride; più è slabbrata la soglia del disumanamente possibile e più ci si diverte. Soprattutto, la densità dei significati non sarebbe tale se incorniciata da un modus differente: è il tono della narrazione, oltre i confini del genere, a conferire al racconto stesso un’inedita profondità di lettura, proprio come per le sit-com più riuscite del passato – Scrubs (2001-2010) su tutte – e fra le righe dei versi di Ironic di Alanis Morissette.
All’arrivo di Tod, uomo complessato a causa della sua grassezza, che intenerisce e poi conquista la bella e spigolosa Melissa, il quadro comincia a completarsi e complicarsi – “quattro ed edificheranno una piramide”, scriveva King – con l’aiuto delle immancabili bugie di Phil, disastroso Don Chisciotte in lotta contro i mulini della paradossalità del suo destino nonché del posto semi-vuoto che lo ospita. E la tendenza è confermata dall’ulteriore inserimento di nuovi personaggi, che a loro volta ribadiscono la naturalità di leggi, pregiudizi e istinti bellici.

La prima stagione di The Last Man on Earth non può che terminare nel segno del conflitto, anche se, onde non smentire la levità che la caratterizza e la struttura, preferisce salutare i suoi spettatori con la speranza di un sorriso e un po’ di tenerezza, ripartendo – a sorpresa – dalla coppia, nuovamente rovesciata (rispetto alle convenzioni così come alla logica interna della narrazione), in veste di ennesima, carnascialesca rappresentazione del pericolo della solitudine.
Se bastare a se stessi è impossibile, come sarà cercare di bastarsi in due? Gli sviluppi della serie di Will Forte ci suggeriscono che fra una società senza sesso e una senza amici scorre lo stesso tipo di fiume; che l’unica, vera Apocalisse è quella di un mondo privato della possibilità di costruire network; che sopravvivere a una pandemia letale o alla mancanza di cibo fresco e di elettricità rientra nelle capacità degli uomini più di quanto facciano il parlare a un pubblico formato esclusivamente da palloni di cuoio, lo stare in due alla Casa Bianca o il fluttuare in orbita all’interno di una navicella con l’unica compagnia di un verme sotto vetro.
Così, quando l’ultimo uomo sulla Terra, e quello nello spazio, non avranno più qualcuno con cui brindare a un nuovo amore, soltanto allora l’umanità potrà definirsi morta, senza (forse) neanche più la forza di riderne.

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