Durante l’assedio

di Antonio Galimany
(Traduzione di Ylenia D’alessio)

Un giorno successe qualcosa. Un contrattempo che lo obbligò ad affrontare una breve avventura emotiva dalla quale, tuttavia, si rimise rapidamente per recuperare il passo contemplativo della sua nuova vita. Un avvenimento che occupò un solo giorno. Un giorno che coincise con il tumulto e il caos che però, dopo, sarebbe finito dissimulato tra tutti gli altri giorni, come il caos e la rivolta sarebbero stati presto una di quelle cose provenienti dal passato e, quasi per forza, irreali.

Da quasi due settimane era recluso nell’appartamento in cui viveva, un piano ammezzato di un blocco compatto di cemento solido e venticinque appartamenti, finanziato alcune decadi prima da una banca che poi avrebbe dichiarato bancarotta, e costruito lì con l’apparente cattiva intenzione di guastare la simmetria di un quartiere residenziale di case basse. Raccoglieva il giornale locale di mattina, poco dopo che il ragazzo che lo distribuiva lo aveva fatto scivolare sotto la porta. Una volta o due si fermò a pensare a questo ragazzo e decise di concedergli una certa ammirazione per l’insistere in una quotidianità alla quale tutti, fuori, sembravano aver rinunciato, persino lui, anche se per motivi diversi. Leggeva il giornale o sintonizzava i notiziari televisivi o i bollettini radiofonici o consultava la stampa nazionale su Internet. Confrontava le differenti versioni sulla sommossa fino a scoprirne incongruenze irreparabili che contribuivano, al massimo, ad aumentare l’incertezza ma non erano mai sufficienti per decidere chi avesse ragione e chi no. Altre volte, una stessa immagine o uno stesso avvenimento o una stessa dichiarazione servivano come evidenza per elaborazioni contrapposte che, montate sulla stessa porzione di realtà, davano forma a ipotesi contraddittorie su quello che accadeva fuori. E quando le versioni si somigliavano o si completavano, lo facevano in un modo strano, fino all’estremo grado di diventare tutte diverse o sospettosamente fraudolente.
Di pomeriggio, formulava l’isolamento. Spostava il televisore verso la camera e si buttava sul letto senza svestirsi né togliersi le pantofole che indossava in casa. Steso su un lato, lasciava passare il tempo. A volte mangiava proprio lì, tre o quattro ore dopo mezzogiorno. Evitava i canali di notizie sintonizzando il televisore su telefilm cui toglieva l’audio. Questi telefilm si adattavano a un modello così standardizzato che, anche se non si approssimava nemmeno remotamente ai dettagli intercambiabili delle pellicole, riusciva a indovinare la sorte dei personaggi qualunque fosse la storia che proiettava su quei dialoghi silenziati. Questo era ciò che faceva quasi senza proporselo: fantasticare su una serie di peripezie di sostituzione fino a definire delle linee argomentative sempre provvisorie, subordinate alla volatilità di una linea d’azione imprevedibile che reclamava spesso rettificazioni d’urgenza. L’efficacia delle sue previsioni, tuttavia, risultava altissima. L’uomo che sembra amare la donna, muore per mano di lei, che finge di amarlo ma in segreto lo odia, in un determinato punto del film lui rischiava e, davvero, l’uomo moriva per mano della donna, forse per aver ingerito inavvertitamente del veleno o ucciso da uno sparo proveniente da un revolver di piccolo calibro, per quanto il movente del crimine risultasse solo congetturale, seppure le opzioni fossero sempre limitate, nella vita come nei telefilm. Secondo quanto poté verificare di lì a poco, questi film presentavano spesso una quantità limitata di personaggi – quattro o cinque; a volte sei – cui si faceva percorrere un circolo geografico generalmente delimitato, interpretati da attori ugualmente prototipici che sembravano concepiti all’interno di una genealogia comune, come fenomeni da circo industriali, geneticamente modificati per ridurre al minimo la propria duttilità interpretativa.
Sonnecchiava ogni tanto, però preferiva non dormire, attento alle esplosioni e al transito di veicoli e sirene e gruppi di uomini e donne che occupavano le strade del vicinato, così come facevano altri uomini e altre donne in altri quartieri della città e in altre città del paese, seppure il tumulto lì fosse comparativamente minore e, ugualmente, la virulenza nella sua città risultasse minima rispetto a quella registrata in altre città del paese. Aveva deciso che lo scontro opponeva due fazioni che, in generale, rivaleggiavano fieramente. Chiamava repressori gli uni e assediatori gli altri e non perché questi nomi definissero le sue simpatie a rispetto – che anzi erano inesistenti, dal momento che se si fosse trovato per le strade, pensava, avrebbe optato per l’astensionismo o la neutralità – ma in virtù dello spirito che li animava nelle loro azioni tattiche e strategiche. I primi – più organizzati e meglio equipaggiati anche se più freddi e meno compromessi: colpendo col gesto del burocrate che certifica atti notarili – respingevano l’avanzamento dei secondi – poco allenati e di pessima disciplina però contemporaneamente entusiasti e volontaristici – e di questo si trattava tutto, niente di più: quelli che attaccavano e quegli altri che difendevano, anche se risultava per niente chiaro quale fosse l’oggetto della disputa né sembrava importante deciderlo.
Era solito dormire con il televisore sintonizzato su qualche trasmissione sportiva o su qualche canale di video musicali. Lo confortava fugacemente scoprirsi dentro questa capsula al margine di tutto quello che di solito costituiscono le catene televisive iperspecializzate, ogni volta reticenti nel cedere di fronte al fatto dell’ultim’ora, come se i loro programmatori soffrissero di un certo tipo di autismo, severo e irrimediabile ma anche vocazionale, che li porta a non ammettere contaminazioni procedenti dalla realtà congiunturale, giacché questa realtà, che funziona come combustibile di base per altre catene, distrugge le possibilità di sopravvivenza delle proprie – il che rappresenta, per il resto, l’effetto più generalizzato che possiede la realtà: ridurre la sopravvivenza delle specie. Si chiedeva, dunque, se mai i Balcani o il Golfo disponessero di queste catene in occasione delle loro rispettive guerre; se nelle televisioni accese in quei luoghi durante il periodo d’assedio e delle detonazioni e delle morti, esisteva un qualche canale occupato dalla replica delle semifinali del campionato europeo di pallacanestro o di quel concorso di bellezza centroamericano scandalosamente truccato per incoronare la rappresentante di un paese in rovina o in guerra o in periodo interbellico e così concedere al pianeta una cartolina speranzosa e esemplare. Si diceva di no e addirittura azzardava ipotesi eccessive, proprie dei momenti anteriori al sonno, e immaginava che l’espansione di queste catene iperspecializzate poteva ben adattarsi a un certo piano generale di antidoti dinanzi al precipitare del pianeta: musica pop e sport in grande quantità e telefilm mediocri come realtà di soppiantamento. Prima di completare il ragionamento, si abbandonava al sonno.

Poi successe qualcosa. La mattina del tredicesimo giorno di reclusione, suonò il telefono. L’uomo dall’altro lato del filo, che dalla voce sembrava quasi un anziano e si presentò come il concierge di un hotel di cui lui pensava di non aver mai sentito nulla, lo informò, senza esserne cosciente, che suo padre era morto. Dedusse il carattere involontario dell’annuncio dal ritardo con il quale si riferì esplicitamente alla morte, avendola introdotta in maniera laterale nella conversazione e solo quando ebbe trasmesso la parte autenticamente importante del messaggio. Non disse «Suo padre è morto» o «Mi dispiace dover essere io a doverglielo dire ma…» o «Ho cattive notizie per lei…». Al contrario, si limitò a comunicargli che avevano urgenza di disporre della camera che, durante gli ultimi mesi, aveva occupato suo padre. E aggiunse, scusandosi: «Mi dispiace molto per quanto accaduto a suo padre ma le autorità dell’hotel hanno deciso di disfarsi di tutto quello che c’è nella camera e non posso tenerli più a bada». Lui ascoltò con attenzione, assentendo senza parlare, si limitò a chiedere al concierge un indirizzo. Non riusciva a orientarsi e solo alla fine di un complicato malinteso capì che parlavano di città distinte. L’hotel si trovava nella periferia di una piccola località di provincia ubicata a quasi 30 chilometri a ovest della sua. Promise di muoversi quanto prima e il concierge lo ringraziò e non si dissero più nulla. Suo padre era morto, dunque, e, per qualche motivo che lui non poteva conoscere ma nemmeno intuire o immaginare, l’aveva fatto lontano da casa, in una città di cui lui a mala pena aveva sentito parlare e che non ricordava di aver mai visitato, soprattutto perché non sembrava esistere alcun motivo ragionevole per andarci, a meno che, è chiaro, non intercedesse la disperazione o l’astio o la necessità e queste, si disse, erano buone ragioni per spiegare i comportamenti di suo padre, come pensava di ricordare. Un’esplosione, insolitamente vicina, scosse l’appartamento, e poi un’altra; e una terza. E quando lui già presentiva un’infuriata truppa d’assalto dall’altro lato della porta, le esplosioni cessarono di colpo e tornarono a spostarsi verso il centro della città – come se tutto fosse opera della volubilità dei venti, particolarmente intensi quella mattina, e il conflitto fosse manipolato dagli andirivieni sempre imprevedibili della meteorologia. Nell’atmosfera sopravvisse appena il rumore vago di un gruppo di uomini e donne – assediatori, probabilmente – che fuggivano da qualcosa che lui non riuscì a sentire che però doveva essere spaventoso o indicibile, perché anche la fuga dei ritirati lo era.

Giunse alla città dell’hotel intorno a mezzogiorno. Non gli costò troppa fatica schivare le regioni più colpite dal conflitto, guidando attraverso i quartieri meno compromessi dalla rivolta e prendendo quindi una rotta alternativa. L’unico evento del viaggio degno di nota avvenne mentre girava con l’auto per le strade del suo vicinato, cercando di decidere quale fosse il passaggio più sicuro. Improvvisamente, in un angolo, si vide accerchiato da un gruppo di uomini e donne che attraversava precipitosamente la strada. Nel gruppo, i cui membri portavano pietre e bastoni e altri oggetti impossibili da identificare a prima vista, prevaleva un nervosismo minaccioso. Prima dedusse che si trattava di assediatori per quanto non riuscì a classificarli in nessuna delle fazioni in cui si divideva la sua stessa fazione. Poi cambiò idea e considerò una possibilità più radicale. Poteva anche trattarsi di uno squadrone fuori da ogni regola che pattugliava la città con il proposito di eseguire la propria interpretazione della giustizia. Una comitiva ribelle in grado d’infliggere violenze che, più tardi, sarebbero state sfumate dalle circostanze d’eccezione che le circondarono, come se il trauma collettivo fosse sufficientemente contundente da sospendere la vigenza della ragione e l’autocontrollo o, meglio ancora, come se quel trauma fosse il risultato ammissibile per la vigenza normalizzata della ragione e l’autocontrollo. Gli assediatori circondarono l’auto fino a improvvisare un cerchio senza aperture e aspettarono immobili le istruzioni di colui che capitanava i loro movimenti, un ragazzo alto e magrissimo che usava un passamontagna e camminava in circoli attorno al veicolo e sembrava troppo giovane per la posizione che occupava nella pattuglia. Si fermò vicino alla sua portiera e lui abbassò il finestrino e il ragazzo si inclinò al suo fianco, anche se entrambi lasciarono lo sguardo fisso in qualche punto indeterminato dell’orizzonte, oltre il cerchio umano della pattuglia. Rimasero così alcuni secondi elastici in cui si sentiva appena una musica che proveniva dalla radio dell’auto. «Mio padre è morto», disse lui. Il ragazzo leader lo guardò e lui avvertì che, il viso camuffato dietro al passamontagna, i suoi occhi acquisivano una rilevanza inedita, come se queste due sfere nere che si muovevano inquiete tra i suoi compagni e l’auto, fossero esse stesse a prendere decisioni e non il ragazzo, mai il ragazzo. «Anche il mio», gli rispose, e non disse più nulla. Poi fece un gesto con la mano sinistra e la pattuglia, ripresasi dalla trance in cui sembrava essere caduta, si mise di nuovo in marcia, recuperando poco a poco l’eccitazione iniziale, fino a perdersi in una strada laterale. Anche lui si fermò qualche minuto prima di continuare il viaggio e questi minuti li impiegò nell’interpretare il senso delle parole del giovane leader, dal momento che non era riuscito a indovinare se il padre di quello, come il suo, fosse morto recentemente – e quindi, chissà fosse questo il motivo della sua presenza nelle strade – o se le sue parole presupponessero l’evocazione del ricordo di una sparizione accaduta molto tempo prima.
Raggiunta la città, evitò di dirigersi direttamente all’hotel. Guidò senza fretta per le strade deserte e percorse la riva di un fiumiciattolo che fiancheggiava l’estremo sud del quartiere. Dunque deviò verso l’interno della località fino a raggiungere un certo settore che, in giorni ordinari, sarebbe stata la zona più animata. Un centro commerciale che si prolungava per un cinquecento metri in linea retta. Uno sciame di dipendenze pubbliche ammassate in un centro di edifici recentemente ristrutturati per simulare un certo effetto novità o efficienza o progresso. E poco altro. In effetti, non era mai stato lì. Durante il percorso, localizzò alcune caffetterie aperte però semivuote e due o tre magazzini i cui dipendenti somministravano provviste trincerati dietro le basse persiane metalliche. Tuttavia non si sentivano esplosioni né si avvertiva il transito belligerante delle fazioni che, nelle città più importanti del paese, forse si disputavano il controllo delle strade e delle istituzioni. In quel luogo non c’era alcun pericolo, eppure gli abitanti sembravano adattarsi a una prudenza che nemmeno quelli delle città più in subbuglio, lì dove occupare un suolo pubblico supponeva davvero un certo rischio, adottavano con tanto zelo o disciplina.
L’hotel occupava una strada che sembrava la più importante di un piccolo suburbio residenziale. Era una costruzione disordinata, ottenuta a partire dall’unione di quattro o cinque case a schiera, che disorientava il visitatore per il fatto che ogni casa conservava la sua porta originale ma solo una di queste conduceva all’ingresso pensato per l’hotel. Al banco della reception, un uomo di un cinquanta anni e capelli brizzolati e barba abbondante anche se discontinua, scarabocchiava le pagine di intrattenimento di un giornale pomeridiano che non si pubblicava più da alcuni anni. Usava una matita quasi terminata che riusciva appena a mantenere e ricorreva spesso all’ausilio di un altro giornale – presumibilmente l’edizione posteriore –, anche se dal movimento che realizzava non si poteva dedurre se verificasse la soluzione della sua risposta o trascrivesse il risultato corretto, copiandolo. Lui lo osservò per un momento poi si presentò discretamente. L’uomo interruppe subito il passatempo che lo occupava per perdersi, con movimenti rapidi, dietro una porta posteriore e apparire subito dopo da un’altra porta, laterale, che lo richiuse nel minuscolo vestibolo nel quale lui aspettava in piedi. Gli strinse la mano mentre il viso assumeva una smorfia prossima alla compassione o alla pena e gli disse che aveva avuto a che fare spesso con suo padre durante gli ultimi mesi e che sentiva la sua mancanza anche se lo aveva appena conosciuto superficialmente. Lui accettò le condoglianze socchiudendo gli occhi e si preparò per la risposta. Disse che erano anni che non aveva notizie di suo padre e che difficilmente sarebbe riuscito a sentire la sua mancanza perché si era abituato alla sua assenza e nemmeno pensava a lui se non aveva buoni motivi per farlo. Che suo padre non era stata una persona necessariamente cattiva però nemmeno necessariamente buona e che le cose tra di loro si erano rotte senza soluzione molto tempo prima e che nessuno aveva avuto l’interesse o la volontà o il coraggio di ripararle. Che però aveva deciso di andare fin lì perché credeva che nessuno, nemmeno gli individui più miserabili – o chissà, loro sì, però solo loro – meritava di morire senza alcuna retroguardia. Nessuno lo merita, insisté lui. Nemmeno questo perfetto sconosciuto che era finito per diventare suo padre.
Terminò agitato – si ascoltò parlare ed era come se la sua voce, che sembrava uscita dallo stomaco, fosse quella di un altro. Il concierge lo guardò sconcertato, giocherellando come per inerzia con la piccolissima matita che reggeva con la mano sinistra, e non seppe cosa dire. Lui allora gli venne in aiuto e chiese come era morto suo padre. L’uomo disse «Sì» e ricompose il viso afflitto con cui l’aveva accolto e pensò un momento però lo fece goffamente, come i bambini quando cercano dentro la loro magra memoria i contenuti esatti per riempire il compito che hanno davanti. Una mattina della settimana prima all’alba, spiegò, di cui ricordava soprattutto l’acquazzone improvviso che cadde poco dopo mezzanotte, suo padre ritornò all’hotel fuori orario e lo svegliò dicendogli che aveva perso le chiavi e non poteva entrare in camera. Era fradicio e un po’ ferito. Il segno rosso di un ematoma in formazione cerchiava il suo occhio sinistro e una traccia di sangue proveniente dal naso o dalla bocca si scioglieva sul mento. Lui si allarmò ma suo padre sminuì l’importanza dell’incidente. Un malinteso da niente, disse, con uno degli uomini con cui era solito bere e giocare a carte nel bar che frequentava di solito. Lo trovò inquieto o confuso e si offrì di chiamare il pronto soccorso ma suo padre si rifiutò bruscamente – si avvertiva il cattivo umore e una leggera sbornia – e sparì in camera con le chiavi di riserva. «La mattina seguente», puntualizzò il concierge, «si svegliò morto ». Una domestica trovò il suo corpo, steso a pancia sotto sul letto intatto e con i vestiti ancora umidi dalla notte prima. La donna lo avvisò e fu egli stesso a occuparsi del resto anche se preferì risparmiarsi la visita nella stanza e la contemplazione del cadavere. Il concierge si fermò per tossire e sfregarsi gli occhi e lui pensò all’aberrazione linguistica che aveva appena sentito – svegliarsi morto – e la giudicò eloquente anche se non riuscì a spiegarsi il perché. Due ufficiali della polizia locale, continuò il concierge, lo interrogarono il giorno seguente, senza nessuna voglia, e lui gli fornì l’ipotesi dell’omicidio, descrivendo nei dettagli quanto accaduto la notte prima. Gli uomini rigettarono la sua teoria adducendo che il corpo non presentava segni di violenza. È un infarto, dissero; se ne andarono con il corpo e non li vide più. Alla fine, il concierge aggiunse: «Ieri ho deciso di controllare la camera un’ultima volta. Ho trovato un’agenda. Ho chiamato il primo numero che ho visto e mi ha risposto un uomo che mi ha detto di conoscere tuo padre ma che non poteva fare nulla per me. Io ho insistito e lui alla fine ha accettato che gli leggessi altri nomi che apparivano tra i contatti e, arrivati al suo, mi ha fermato. Questo è il figlio, chiamalo, mi disse e attaccò. E questo ho fatto e lei è qui, per fortuna«. Poi si incamminarono per un corridoio interno poco illuminato, fino a che il concierge si fermò davanti a una porta senza numero. «È qui», disse, e aprì. Gli liberò l’entrata, fermo sotto la cornice della porta, improvvisamente tentennante, come se volesse ricordare qualcosa. «Quel colpo all’occhio non poteva essersi cicatrizzato in così poco tempo» disse alla fine, come esalando le parole, scoraggiato, e lui, senza sapere cosa dire, lo guardò inespressivo ed entrò nella camera chiudendo la porta dietro di sé.

Percorse l’ambiente con lo sguardo e si scoprì fuori luogo. Un intruso, pensò, una presenza tardiva e clandestina nella vita di suo padre. Nella stanza tutto si manteneva in uno stato di latenza. Suo padre, si disse, non si aspettava di morire. Allora considerò gli inconvenienti che circondano la morte dell’imprudente – che è, in definitiva, la maniera più estesa della morte – in particolare il complicato segno che lascia dietro di sé l’uomo o la donna che non crede che morirà – un’idea, contro ogni evidenza, abbastanza generalizzata rispetto alla propria morte – dal momento che quel segno, immancabilmente, cadrà nelle mani sbagliate – tutte le mani lo sono, a eccezione delle proprie e, in alcune occasioni, nemmeno quelle – e finirà disposto, senza custodie, davanti alla curiosità di quelli che gli sopravvivono, uomini e donne che condurranno, a partire da questo segno, delle ricerche più o meno discrete per decidere se confermare o rettificare la versione che circolava sul morto quando era in vita.
Controllò all’interno dell’armadio e sotto il letto e sulla superficie del piccolo scrittoio posto vicino all’unica finestra della camera. Si muoveva rapidamente come accordandosi a una scadenza inflessibile, contro il tempo. Dopo una buona quantità di minuti riuscì a ordinare gli affetti di suo padre classificandoli in due gruppi che distese sul letto: oggetti e documenti. Il primo era il più voluminoso dal momento che includeva vestiti e scarpe e utensili precari con cui presumibilmente suo padre cucinava sul fornello portatile che mise in uno degli angoli della stanza e anche una valigia dalla capienza limitata e un computer portatile che non si accendeva perché sembrava avere la batteria completamente scarica e un cellulare senza linea o senza credito o semplicemente rotto e un orologio da polso che andava indietro di trentasei minuti e, infine, un portafogli con dei soldi che lui mise in tasca, e una serie di credenziali corrispondenti a suo padre – tra cui la patente di guida – che distrusse una a una, con infinita pazienza, disfacendole in mille parti. Il secondo gruppo, quello dei documenti, era poco voluminoso: l’agenda alla quale era ricorso il concierge per trovarlo, delle ricevute che accreditavano la riscossione regolare di una pensione e due o tre fatture di un centro commerciale della sua città per l’acquisto di articoli che non riuscì a identificare perché sulla ricevuta apparivano registrati con un codice numerico.
Trovò anche un pacchetto avvolto in una carta glitterata con scritte natalizie. Lo aprì. Si trattava di un romanzo breve firmato da un autore che lui non conosceva e la cui biografia apportava a mala pena pochi dati generici che evitavano deliberatamente il rigore o la precisione. Era nordamericano, era giovane e, secondo quanto appuntava il traduttore in una breve nota preliminare, aveva dichiarato una volta che quella sarebbe stata l’unica cosa che avrebbe scritto nella sua vita. Il romanzo si chiamava Fotomatón. Sfogliò il libro sommariamente e poi cominciò a leggerlo, in piedi sebbene appena appoggiato a una delle pareti della camera. Un uomo sui quaranta che abita in una città di cui quasi non si offrono dettagli, possiede il peculiare passatempo di collezionare fototessere di persone sconosciute. A volte accede al materiale accidentalmente, per pura fortuna. In altre occasioni, invece, pattuglia la città con il deliberato obiettivo di rifornirsi. Percorre la rete della metro e i grandi centri commerciali e anche le stazioni degli autobus e dei treni e l’aeroporto, dal momento che in questi luoghi si trova, di solito, una macchinetta per le foto istantanee. Gli usi che fa della collezione risultano imprecisi, però la classifica rigorosamente e concede a ogni fotografia un nome di battesimo e un’età approssimativa e gli assegna anche una certa provenienza o nazionalità. Spesso mette nel portafoglio qualche fotografia selezionata a caso e, quando gli capita di intraprendere una conversazione con uno sconosciuto, gliela mostra e dice che il soggetto è suo figlio o sua figlia e, occasionalmente, sua moglie o la sua amante. Di notte, studia la collezione con attenzione e controlla ogni viso – prova a memorizzarli; a volte si promette di restituire ogni fotografia al suo proprietario. Un giorno, trova la fototessera di un bambino, in bianco e nero. C’è qualcosa in questa che lo turba, forse che sembra scattata qualche decade prima. Gli dà un nome e un’età e anche una provenienza ma non basta a saziare la sua inquietudine. Fa fotocopie della fotografia e, sotto, appunta: «Bambino smarrito», e annota anche il suo telefono e poi distribuisce le copie. Non succede nulla. Allora si presenta al giornale e dice: «Questo bimbo si è perso da molti anni e non sappiamo a chi rivolgerci». Gli credono, o no, però il caso vuole che pubblichino un reportage sull’edizione domenicale. Il bambino, che ora deve essere un adulto secondo le sue deduzioni, non appare. Il tempo passa e non accade nulla. Con il tempo, l’uomo comincia a dimenticare l’incidente. Un pomeriggio chiamano alla porta del suo appartamento. Una donna anziana, che a mala pena riesce a tenersi in piedi, lo guarda a lungo e scoppia a piangere. È lui il bambino della fotografia, dice la donna, e lei è sua madre, ma l’uomo dubita, dal momento che non ricorda nessuna madre né si riconosce nella fotografia. Il romanzo termina qualche pagina dopo. L’uomo accetta la versione dell’anziana e si comporta, da lì in avanti, come suo figlio. Gli anni trascorrono vertiginosamente: l’uomo e la sua ipotetica madre si fanno compagnia e restano insieme e le loro vite entrano in letargo senza sussulti fino a un finale che il lettore non può mai conoscere ma che sembra eccessivamente prevedibile.
Con la lettura del romanzo ebbe un ricordo di infanzia che localizzò intorno ai dodici anni, poco dopo la prematura morte di sua madre. Ricordò suo padre, una domenica di primavera insolitamente fredda, in piedi al centro del piccolo giardino della casa in cui abitavano e, accanto a lui, una pira su cui bruciava tutto quanto era appartenuto a sua madre – a eccezione di ciò che era cedibile, che aveva donato in beneficenza. Ricordò la colonna di fumo che si consumava disomogenea nel cielo coperto e la fuliggine dei fogli bruciati che si elevava fugacemente dietro il fumo fino a consumare il combustibile e cadere, simulando una pioggerella nera che subito coprì il suolo del giardino, come se il ricordo di sua madre, perso per sempre, piovesse scomposto in ceneri, in una singolare simmetria con la destinazione che aveva deciso lei stessa per il suo corpo morto. Si infuriò e si scagliò contro suo padre lanciandogli insulti che conosceva ma che mai aveva proferito; e lottarono brevemente vicino alle fiamme, finché suo padre, sfinito, riuscì a stenderlo. Piansero in silenzio e restarono così per un po’, poi lui decise di chiedere se per caso quello che bruciava non gli destasse alcuna curiosità. Suo padre lo guardò con superiorità e gli disse: «Sì. Per questo brucio tutto».

Accese il piccolo televisore della camera e lo sintonizzò senza audio su un canale d’informazione concentrato sul corso della rivolta. Si sdraiò per terra perché aveva appena le forze per tenersi in piedi. Chiuse gli occhi e si voltò su un lato e infine si girò per sdraiarsi a pancia sotto. Si propose di ricordare l’ultima volta che aveva visto suo padre o l’ultima cosa che si erano detti o l’ultimo pensiero che gli aveva concesso, ma quello gli sembrò arduo, prima, esasperante, poi, e alla fine irrealizzabile. Riuscì, tuttavia, a ricostruire con precarietà un episodio significativo, che in qualche modo fungeva da sintesi ma anche da coda, per quanto non si trattasse cronologicamente dell’ultimo atto e lo avesse di fatto visto ancora, dopo quell’episodio – o credeva di averlo visto: molto da lontano, nel tumulto, così come siamo soliti confondere una persona con qualcuno che conosciamo, in particolare quando vogliamo vederlo o evitarlo, mentre ciò avviene raramente quando imbatterci in questo qualcuno ci è indifferente. Camminava sul marciapiede con un po’ di fretta, tre o quattro anni prima, e il semaforo lo fece fermare in un angolo e tra le auto passò un autobus urbano, rallentato dal transito abbondante e caotico, e allora lui alzò lo sguardo e identificò suo padre tra i passeggeri, con la testa appoggiata a uno dei vetri. Anche suo padre lo vide e, in sincronia, entrambi salutarono con un movimento della testa, forse precipitato e brusco – lui ancora tranquillo, con i piedi sul cordolo e le mani in tasca; suo padre fermo nella posizione di riposo in cui viaggiava – e subito si persero di vista. Il semaforo cambiò di colore ma lui attese estatico, attento all’autobus, che si fermò all’angolo successivo, cento metri più in là. Salirono due o tre passeggeri ma non scese nessuno.
Si girò un’ultima volta e tornò a concentrarsi sul televisore e pensò qualcosa sull’hotel o sugli ospiti, finché quelle idee sparirono improvvisamente e si addormentò, come privo di coscienza. Si svegliò alcune ore più tardi. Fuori, la notte era caduta con la vertigine repentina con cui l’oscurità occupa le strade in inverno e si era estesa all’interno della stanza anche se mitigata dal fascio di luce che proiettava la televisione e un secondo fascio, più debole, originato dal faro di un lampione. Il telegiornale ritrasmetteva immagini della rivolta in quello che lui credette di identificare come il suo quartiere. Una truppa di repressori conteneva l’avanzare di una colonna di assediatori che sembrava disposta a superarli anche se risultava impossibile determinare il senso tattico del movimento. I minuti correvano e lo scontro si complicava, finché i repressori cominciarono a sparare le loro armi verso il cielo per disseminare gli assediatori, e poi caricarono contro di loro, per catturarli. Cambiò canale e sintonizzò il televisore su un telefilm e si accomodò per terra. Pensò a quanto aveva detto al concierge sul morire soli, senza nessuno a coprirti le spalle, e si chiese se quello fosse ciò che era realmente successo a suo padre, cos’era stato del suo corpo morto, dove andavano a finire i residui di ossa che nessuno reclama, dove in quella città che lui non conosceva ma suo padre sì. Sullo schermo, un uomo e una donna cenavano tranquillamente, ma la progressione imprevista di alcuni primi piani che suggerivano inquietudine alterava all’improvviso la calma domestica e, quindi, la donna cadeva svenuta sul piatto a metà cena e l’uomo la guardava senza espressione e lo schermo sfumava nel nero per dar passo alla sequenza dei funerali. Quello era l’inizio del film, apparentemente. Alla fine, si alzò e camminò verso la finestra. La strada era deserta e fuori non si sentiva nulla. Prese il telefono e premette lo zero: «Resterò qui stanotte», disse al concierge e questi acconsentì e segnò i suoi dati nel registro e chiuse la telefonata.
Dormicchiò fino a mezzanotte, per terra. Fece un sogno in cui assisteva da solo a una proiezione cinematografica. Nel film, un uomo si reclude in casa per una durata indefinita. È lui il protagonista o qualcuno che gli somiglia molto. Oltre la metà del film, un altro uomo si presenta, all’improvviso, in casa: è il padre del protagonista che è, a sua volta, suo padre o qualcuno che gli somiglia molto. Il protagonista scopre, con orrore, che non ricorda nulla di quest’uomo. Non ricorda la sua età, la data di nascita, il suo nome. Non ricorda nemmeno ciò che pensa sulle cose del mondo o il tono della sua voce. Decide allora di chiederglielo, d’interrogare suo padre per capire chi è veramente. In questo istante, il film cambia: qualcuno, forse l’addetto al proiettore, toglie l’audio al film. Dalle immagini, ora mute, si può dedurre che il padre risponde animatamente all’interrogatorio del figlio. Ridono, ricordando tutto, immagina lui da una delle poltrone in sala. Il padre mette la mano in una borsa che tiene vicino a lui e prende un album di foto. Cerca tra i fogli finché trova la fototessera di un bambino in bianco e nero. La mostra al protagonista e comincia a raccontare qualcosa a proposito dell’immagine. Cosa dice. Perché la storia esercita sul protagonista il fascino che lui intuisce ma di cui non può essere sicuro perché non sente nulla. Dov’è il responsabile di questo silenzio, pensa. Corre attraverso il cinema vuoto fino alla cabina di proiezione, ma non la trova o non esiste e la scena del sogno comincia a sfumarsi fino a sparire completamente con il sussulto che lo sveglia.
Ancora sul pavimento, spense il televisore. Si alzò e camminò fino al bagno. Si buttò sul viso acqua fredda in abbondanza e poi uscì dalla stanza. Dall’atrio vide che il concierge dormiva rinchiuso in una stanza interna. L’hotel sembrava disabitato. Di nascosto e in spostamenti successivi, trasportò gli affetti di suo padre – oggetti e documenti, senza distinzione – fino a un contenitore di riciclaggio che si trovava su uno dei bordi della strada. Poi accese un fiammifero e lo tirò dentro e quello cominciò a ardere. Mise in moto la sua auto. Tirò sul sedile posteriore il romanzo Fotomatón – l’unica cosa che aveva salvato dal fuoco – e cominciò a guidare. Dallo specchio retrovisore, vide la colonna di fumo che si consumava tra le luci della strada e il contenitore che bruciava. In una casa si accese una luce. Forse nell’isolato avranno pensato che infine l’assedio era arrivato in città.

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