L’infinito verde

di Pilar Adón
(Traduzione di Francesca Regni)

Correvano mano nella mano. Andavano a vedere il cadavere del pazzo dai denti rotti, che il padre della sua amica aveva trovato il pomeriggio prima, e correvano tra le pozzanghere, tra i rovi e i rami caduti, tra l’erba, i fiori e i sassi enormi.
Avevano fretta perché era già tardi e la notte sarebbe caduta loro addosso. La sua amica stava davanti facendo strada e Sofia si lasciava guidare. Era lei a sapere dove si trovava il cadavere. Il padre le aveva descritto tutto, perciò stava a lei di correre rompendo i rami con i piedi e fare spazio con il proprio corpo, lasciando traccia di sé al passaggio… Sofia restava dietro e a volte rideva.
Respiravano un’umidità costante e, ogni volta che aprivano la bocca, una nuvola di vapore sbuffava intorno a loro fino a svanire nell’aria. Il freddo si aggrovigliava nelle loro gole, premendo con forza, e la sua amica diceva ora arriviamo ogni dieci passi. Sofia rideva tra sé dicendo che non sarebbero mai arrivate, e quindi l’altra ragazza le strattonava più forte la mano e ripeteva: ora arriviamo.
Il verde le circondava, il verde limitava i loro movimenti, il verde non lasciava vedere cosa c’era più in là, il verde soffocava, e loro non arrivavano mai a destinazione. Sofia chiese perché non tornavano indietro.
«Perché no! Oramai siamo vicine e sarebbe ridicolo rinunciare proprio adesso. Vedremo il morto e dopo lo racconteremo alle altre.»
«Si sta facendo notte.»
«Non vorrai che tutte ridano di noi?» domandò la sua amica quasi gridando, mentre liberava, con violenza, la mano dalla stretta.
«No…»
«Quindi andiamo!»
E continuarono a camminare con più decisione, ma con meno forze. Il freddo era ogni volta più intenso, così come gli echi dei versi degli animali. Avevano i piedi zuppi, perché il verde non lasciava intravedere la terra, il verde nascondeva le pozzanghere e le due ci cadevano dentro, pensando, innocentemente, che tutto ciò che c’era sotto le loro scarpe fosse terra. L’unica certezza era che quel verde dominava la rotta.
«Deve essere qui vicino» disse la sua amica a voce bassa.
E Sofia non si azzardó a ripetere che avrebbero dovuto tornare a casa. Comunque era già notte e la strada del ritorno sarebbe stata ugualmente buia.
«Non può essere troppo lontano…»
Erano come due escursioniste in cerca di una affascinante rappresentazione che supponeva un tragico epilogo. Non può essere lontano… Le parole della sua amica si persero nella distanza verde e, improvvisamente, Sofia avvertì che aveva smesso di udire la sua voce, e che tutto ciò che riusciva a percepire era il suono dei passi di lei, che si allontanavano di corsa.
La chiamò, gridò, però non ebbe risposta. Solamente il rumore dei passi che, di volta in volta, si faceva più remoto e si univa agli altri rumori della notte e che, presto, si sarebbe dissolto anch’esso, lasciandola sola, lì, in mezzo al verde, circondata da un’asprezza asfissiante e umida, da una vegetazione che impediva di pensare lucidamente.
Ripeté il suo nome, questa volta a voce bassa, e le sembrò che la boscaglia rabbrividisse a quello strano suono, tanto che non parlò più. Cercò di proseguire nella direzione che stavano percorrendo insieme, poi decise che la cosa migliore era ritornare indietro. Ma non aveva la più pallida idea di dove dovesse andare. Lo spazio aperto di alcuni minuti prima era sparito. Il bosco si era rigenerato: aveva ricostruito, in meno di un secondo, i guasti che le due avevano creato. Solo la porzione di verde che lei calpestava rimaneva modificata, però si trattava di uno spazio molto ridotto. Sempre più ridotto… Tutto pulsava al suo fianco in una trasformazione continua, e solo lei aveva la sensazione di mantenersi quieta e identica.
Tutto il resto non smetteva. Tutto continuava in un fluire di vita e distruzione, mentre Sofia rimaneva confinata nel verde, all’interno di un regno che faceva svanire ogni percezione di ciò che accadeva all’esterno. Poteva riconoscere solo il suono del vento tra i rami degli alberi e lo sguazzare di qualche anfibio che nuotava in circolo vicino ai suoi piedi.
Doveva riflettere con calma. Doveva considerare cosa fare, dove andare, come trovare la sua amica. Però questo sarebbe stato molto complicato, anche perché qualcosa di strano stava accadendo. Intorno a lei, lo spazio aveva cominciato a creare i suoi recinti verdi, e inoltre non era un animale sott’acqua a produrre quello sguazzare continuo, quello stesso sguazzare che le causava un curioso solletico ai piedi…
Non seppe com’era cominciato tutto ciò, però, più tardi, quando ormai era impossibile provare anche solo a fare qualcosa, e si guardò le gambe e poi abbassò ancora lo sguardo fino ai piedi, capì che non aveva più piedi e che al loro posto era nata una strana prolungazione con peli fluttuanti direttamente dai suoi talloni. Le erano cresciute delle radici.
Radici che avrebbero assorbito le materie necessarie per la sua crescita e per il suo sviluppo, e che le sarebbero servite da sostegno.
Quando si rese conto dell’accaduto, si sorprese a immaginare cosa sarebbe successo se un pomeriggio al tramonto, mentre la luce comincia a confondersi con l’ombra, due ragazze si fossero trovate a passare di lì, mano nella mano, correndo alla ricerca dei resti di quell’altra bambina che si era persa mentre cercava di trovare il cadavere di un pazzo dai denti rotti di cui aveva sentito parlare. Rabbrividì nell’immaginare i piedi veloci di quelle due amiche calpestare, strisciare e rompere tutto. La terrorizzava l’idea che potessero passarle sopra e che, a causa della sua diversa origine e della sua provenienza non vegetale, lei potesse non avere quella capacità intrinseca di recupero avvertita intorno a sé. Intuiva un liquido strano di un colore indefinito che usciva dalla sua forma incrinata. Un colore non del tutto rosso e che, forse, poteva cominciare a essere verde. Verde come quell’universo selvaggio e affamato del quale, oramai, faceva irrimediabilmente parte.

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